Il Tirreno

Livorno

Addio al notaio Mario Miccoli: gli atti che hanno cambiato Livorno, la famiglia, le passsioni, il testamento

Giulio Corsi
Addio al notaio Mario Miccoli: gli atti che hanno cambiato Livorno, la famiglia, le passsioni, il testamento

Dalla scissione della Compagnia alla vendita del cantiere, nel suo ufficio in piazza Attias è passata la storia degli ultimi 40 anni della città. La figlia: "Quella volta che pilotò l'aereo per andare a Marsiglia..."

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LIVORNO. Con Mario Miccoli se ne va non solo il notaio più conosciuto di Livorno, ma anche uno degli uomini che hanno scritto le pagine più importanti della città e del territorio negli ultimi quarant’anni. C’è la firma di Miccoli alla fine degli anni Ottanta sulla salvezza della Compagnia Portuale soffocata dal decreto Prandini, c’è la firma di Miccoli a inizio anni Duemila sul salvataggio dal fallimento del Cantiere Orlando con la vendita ad Azimut Benetti e l’operazione Porta a Mare, c’è la firma di Miccoli appena tre estati fa sulla sopravvivenza delle acciaierie di Piombino passate da Rebrab alla Jsw Steel di Sajjan Jindal.

La firma ma soprattutto l’idea, la costruzione del percorso, l’individuazione della formula giuridica ideale. «Babbo lo ripeteva sempre: l’abilità del notaio è quella di costruire una soluzione ad hoc per ogni situazione e lui era creativo nelle soluzioni, aveva sempre l’idea in più, assumendosi la responsabilità che un notaio deve assumersi ma mettendoci molto di suo», ricorda la figlia primogenita Silvia, insieme alle sorelle Francesca e Claudia. «Si definiva un artigiano del diritto, io dico che era un artigiano di lusso».

Mario Miccoli è morto alle due della notte tra domenica e lunedì, nella sua meravigliosa villa a Chioma, dove era tornato ad abitare una quindicina d’anni fa insieme alla moglie Laura, lasciando la storica palazzina di famiglia in via Coccoluto Ferrigni. «Cercavano una casa sul lungomare, gli sarebbe piaciuta molto una di quelle ville in stile liberty che si affacciano sul viale Italia, ma un giorno un’amica architetta, che aveva ristrutturato uno dei castelli dei Della Gherardesca dove abitava Sarah Ferguson, gli disse che avrebbero potuto ristrutturare in maniera splendida la loro casa di Chioma e così fecero».

Aveva 77 anni Miccoli. Classe 1944, era nato a San Gimignano, dove la famiglia era sfollata in tempo di guerra. Tornato a Livorno, aveva studiato al liceo classico Niccolini Guerrazzi, laureandosi poi in Giurisprudenza all’Università di Siena con il massimo dei voti e la lode. Era a Roma, dove lavorava per la Procter & Gamble, quando nel 1974 vinse il concorso da notaio. La prima sede fu Catania poi ottenne il trasferimento a Livorno dove abitava la sua famiglia e dove voleva vivere. Dalla fine degli anni Settanta, Mario Miccoli divenne così una presenza importante della vita giuridica, economica, sociale, culturale, anche sportiva della città.

«Amava il diritto in tutte le sue sfaccettature, ma aveva un continuo bisogno di porsi nuovi obiettivi – ricorda la figlia –, è così che divenne giudice onorario aggregato in tribunale e creò poi il sistema di distribuzione delle aste immobiliari ai notai insieme alla dottoressa Bresciani che all’epoca era giudice delle esecuzioni».

Personaggio brillante, uomo di cultura, liberale convinto, amante della storia, Mario Miccoli era soprattutto «un appassionato della vita», come lo definisce la figlia. E così i tifosi del basket lo ricordano in prima fila, nel parterre del palasport di via Allende, a tifare per la Libertas negli anni d’oro della pallacanestro, tutti in tempi più recenti lo rammentano alla presidenza del circolo scherma Fides, mentre i sodali più intimi ricordano la sua passione per il volo e il suo brevetto da pilota preso all’Aeroclub di Lucca. Si era comprato anche un piccolo aeroplano, insieme ad un amico. Lo teneva all’isola d’Elba. «Era il 3 novembre di tanti anni fa, il mio compleanno. La mattina mi dice “Silvia preparati, andiamo a Nizza, c’è un convegno”. Arriviamo all’aeroporto e montiamo su un bimotore: eravamo io, lui e il suo istruttore. Era una giornata di pioggia, c’erano cumuli di nubi, vuoti d’aria. Arrivammo a destinazione sani e salvi. Babbo era così: una sera mi capitò di cenare insieme al ministro di grazia e giustizia tedesco, un’altra volta mi portò a Madrid nello stesso albergo in cui c’erano gli U2...».

Presidente del Banco di Lucca e del Tirreno per oltre 10 anni, più volte segretario del consiglio nazionale del notariato sotto la presidenza di Giancarlo Laurini, nel 2005, a Città del Messico, fu eletto presidente dell’Unione Internazionale del Notariato Latino composta da 73 nazioni. «Era impegnatissimo, ma riusciva ugualmente ad essere molto presente con la famiglia», ricorda ancora Silvia. «Tutte le mattine ci accompagnava lui a scuola. Ma era un punto di riferimento per tutti quelli che lo conoscevano, dalle sue segretarie ai nostri compagni di classe».

In questi lunghi anni per Miccoli ci sono stati anche momenti complicati. Il più difficile probabilmente è stato quando venne rinviato a giudizio nel processo sulla presunta lottizzazione abusiva all’interno della cosiddetta “Stecca” di Porta a Mare, la fila di immobili che corrono lungo via Edda Fagni, al termine del quale è stato assolto nel 2018 insieme agli altri imputati.

«Anche in quelle occasioni l’ho sempre visto molto forte, sicuro di sé – racconta la figlia –, ci ha sempre detto di aver fatto il proprio lavoro, di aver rispettato la legge. Era anzi particolarmente orgoglioso dell’operazione Azimut, convinto che fosse un passaggio fondamentale per il rilancio della città. In eredità babbo ci lascia proprio il rispetto per la legalità: era onesto, retto. Ricordo quando da bambine, passando davanti a una sala scommesse, ci facesse attraversare la strada, spiegandoci che in quei posti la gente si rovinava».

Gli ultimi tre anni di vita di Mario Miccoli sono stati anni di sofferenza e di lotta contro una malattia che già era apparsa sette anni fa e che sembrava superata. «Il primo gennaio del 2019, a 75 anni esatti, babbo lasciò l’attività di notaio per raggiunti limiti di età. Ad aprile lo portammo a Pisa per un controllo: dagli esami non emerse niente ma il professor Gabriele Materazzi, allievo del fratello di babbo (il dottor Paolo Miccoli, professore di Chirurgia Generale a Pisa, ndr) volle approfondire meglio. Lo portarono in sala operatoria ed emerse un quadro molto compromesso. L’operazione riuscì, ma ebbe una ricaduta, rimase 20 giorni in terapia intensiva, ma quando uscì sembrava un fiore. Il fisioterapista Salvatore Brozzi lo rimise al mondo, venne in montagna con noi, era rinato. Fino a gennaio di quest’anno, quando è stato nuovamente operato, stavolta a Livorno, a Neurochirurgia, dal dottor Orazio Santonocito. Gli saremo debitori per tutta la vita: babbo ci teneva tantissimo a far sapere che abbiamo un’eccellenza nel nostro ospedale, non solo nel medico ma anche nel reparto che Santonocito porta avanti. L’operazione riuscì talmente bene che due giorni dopo mio padre teneva già oi consigli di amministrazione della banca».

Nelle ultime settimane però si è presentato un nuovo problema. E stavolta Mario Miccoli non ce l’ha fatta. Accanto al suo letto, l’ultimo giorno, ha voluto le tre figlie e la moglie. Oltre a loro lascia i nipoti adorati Andrea e Francesco. I funerali si svolgeranno alle 15.30 di martedì 5 ottobre alla chiesa del Soccorso. Poi il corpo sarà cremato. «Babbo ci ha chiesto di tenere l’urna con le sue ceneri a casa di noi figlie, quattro mesi con ognuna di noi, ogni anno, per sempre», racconta Silvia.
 

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di Redazione web