Il Tirreno

Livorno

Così la mafia muta come fosse un virus: «Gli anticorpi? I nostri ragazzi»

Juna Goti
Così la mafia muta come fosse un virus: «Gli anticorpi? I nostri ragazzi»

Sul palco di CambiaMente rivivono gli anni del giornale L’Ora: «Nessuno si senta immune, neppure Livorno e la Toscana» 

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LIVORNO. Se è vero che la mafia è come un virus che sa trasformarsi, adattarsi come le varianti del Covid, ragazzi come quelli che stanno suonando la sveglia in Fortezza Vecchia in questi giorni sono preziosi anticorpi. Forse non un mare di anticorpi, ma senza dubbio gocce che possono scavare il terreno. E che lo stanno facendo in modo originale, professionale. Perché alla fine da qualche parte bisogna pur cominciare e qualcuno le cose le deve fare, come diceva Paolo Borsellino. Si chiama “CambiaMente” il festival che per tre giorni, fino a stasera, accende i riflettori sulla mafia. Con la convinzione che lei, la mafia, non è qualcosa che riguarda qualcun altro, ma una realtà, uno schema che ci è più vicino di quanto pensiamo. Per esempio «Livorno è un porto sempre più interessato dai traffici illeciti della criminalità organizzata, sebbene non se ne abbia una grande percezione» e «per questo è interessante parlare di antimafia sociale per capire come le nuove generazioni possono arginare il fenomeno e diventarne gli anticorpi», ripetono dal palco le ragazze e i ragazzi delle associazioni che hanno ideato il festival: Uni Info News, Arci, Libera, Oltre.

Con loro per il debutto dell’iniziativa c’è il giornalista Sergio Buonadonna, che intervistato dal direttore del Tirreno Stefano Tamburini, fa rivivere la storia di un giornale palermitano, L’Ora, che non si stampa più ma che è rimasto un pilastro della lotta alla criminalità. Quell’esperienza rivive attraverso le pagine del libro “L’Ora. Edizione straordinaria”, il romanzo di un giornale raccontato dai suoi cronisti, con più di cinquanta storie. In quel quotidiano si sono formate tante professionalità: da Marcello Sorgi ad Antonio Calabrò, da Francesco La Licata a Nino Sofia e Bianca Stancanelli.

«L’Ora fu il primo a chiamare la mafia con il suo nome», racconta Buonadonna, quando anche la Chiesa la definiva «leggenda», ricorda Tamburini, che invita a guardare alla mafia proprio come quel «virus che agisce come varianti del Covid». Nel dialogo tra i due ecco i flash di quegli anni: dalla minacciosa lettera del bandito Giuliano alle bombe in tipografia, ai colleghi ammazzati o spariti. Proprio in questo settembre avrebbe compiuto cento anni Mauro De Mauro, rapito da Cosa Nostra nel 1970 e mai ritrovato.

Emozionante l’intervista a distanza a “Ciccio” La Licata, giornalista, amico di Giovanni Falcone. Le domande sono di Giovanni Sofia (Uni Info News), ingegnere con il giornalismo nel sangue, figlio di Nino, cronista con la schiena dritta, maestro della nera, per anni anche condirettore del Tirreno. «Il metodo L’Ora? Si insegnava a disturbare il manovratore, a non accontentarsi delle versioni ufficiali», racconta. «E perché è importante continuare a parlarne? Perché l’esercizio della memoria deve funzionare da vaccino per evitare l’allargamento del contagio. Ci sono zone in Italia che potevano pensare di essere immuni, ma se guardiamo quanto avvenuto anche in Toscana, con lavori pubblici affidati a mafiosi, il lavoro da fare è ancora lungo».

Sul palco con i ragazzi delle associazioni (Giovanni Sofia, Matilde Monti, Marco Pacini, Marta Migliarini, Alessio Simoncini, Matteo Freschi, Adina Anghel) si alternano le istituzioni. A cominciare dal questore Roberto Massucci: «Mi colpisce il vostro senso delle istituzioni e mi emoziona» perché «le mafie vincono quando riescono a far passare il messaggio che è meglio non andare dalle istituzioni». «Siete cellule vive» contro la «malattia dell’indifferenza», dice l’assessora Giovanna Cepparello. In ogni caso non finisce qui: «Si parte da questa tre giorni per andare nelle scuole», fa sapere il presidente di Fondazione Livorno, Luciano Barsotti.

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di Redazione web