Gioco
Cosa rimane degli errori Usa in Afghanistan
Andrea de Guttry, ordinario di Diritto internazionale l’uomo che ha formato i funzionari pubblici a Kabul
Uno spartiacque. Dall’attentato alle Torri gemelle negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001 nel mondo si sono aperti nuovi scenari, fino al recente ritiro dell’Occidente dall’Afghanistan. A tracciare un quadro di questo ventennio che ha deviato il corso della storia contemporanea è il professor Andrea de Guttry, ordinario di Diritto Internazionale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa che nel gennaio 2002, a Kabul, ha organizzato il primo corso di formazione di funzionari pubblici afghani per avviare la riqualificazione del settore pubblico locale.
Professor de Guttry, quello dell’11 settembre davvero un attentato inatteso? O poteva essere immaginato, se non previsto, dai servizi segreti Usa?
«Sono consapevole delle varie teorie complottiste che attribuiscono la responsabilità di tutto agli stessi Usa o a forze oscure: queste tesi non mi hanno però mai convinto anche perché non sono mai state fornite prove credibili al riguardo. Dall’altro lato è evidente che i sistemi di intelligence, e non solo quelli statunitensi, non avevano previsto un simile evento. Le ragioni di questo fallimento sono molteplici e sono state analizzate in maniera approfondita, anche se le conclusioni cui si è giunti non sono sempre state convincenti. Ciò che mi sembra rilevante, però, è che a seguito degli eventi dell’11 settembre, sono state intraprese, in quasi tutti gli Stati, approfondite riflessioni sul funzionamento del sistema di intelligence e sono state apportate misure correttive».
Senza l’attentato gli Stati Uniti avrebbero ugualmente trovato motivazioni per intervenire militarmente nello scenario in Medio Orientale e non solo?
«Si deve distinguere tra il piano giuridico e quello politico: sul piano giuridico, gli Usa hanno dimostrato di dedicare particolare attenzione a giustificare, dal punto di vista legale, il loro intervento in altri Paesi: gli straordinari sforzi, seppure poco convincenti, intrapresi dall’amministrazione Bush per giustificare il secondo intervento in Iraq ne sono una chiara dimostrazione. Quindi, gli Usa hanno sempre dichiarato di volersi conformare alle regole internazionali nello svolgimento di operazioni all’estero. Sul piano politico, è chiaro che per gli Usa, specie al tempo delle amministrazioni repubblicane, una robusta strategia militare è stata vista come strumento fondamentale della politica estera e questo ha portato ad una presenza militare massiccia delle forze statunitensi in vari contesti geografici e, in primis, nel Medio Oriente da dove proveniva una parte significativa degli approvvigionamenti energetici fondamentali per l’economia americana».
L’attentato dell’11 settembre può aver rappresentato una giustificazione per affermare la teoria dell’esportazione della democrazia? E perché anche alla luce della recente evoluzione in Afghanistan questo approccio ha fallito?
«La giustificazione utilizzata dagli Usa per la prima parte dell’intervento militare in Afghanistan (alla fine del 2001, con la sconfitta dei talebani) è stata quella della legittima difesa (avendo essi dichiarato di avere subito un attacco armato imputabile al governo afghano guidato, a quel tempo, dai talebani). Poi, dopo le elezioni avvenute in Afghanistan, la permanenza delle truppe straniere è stata giustificata per la richiesta delle nuove autorità nazionali rivolte alla Comunità internazionale e finalizzate ad aiutare il nuovo governo a riprendere il controllo del Paese e a proteggere le nuove istituzioni democratiche. Il sostegno offerto negli ultimi venti anni dalla Comunità internazionale all’Afghanistan è stata caratterizzato da un forte approccio securitario con una forte impronta militare. La maggior parte delle risorse è stata spesa per questa finalità. Nonostante alcune importanti eccezioni, la componente civile dell’azione internazionale è stata decisamente sotto- finanziata e la ricostruzione economica, civile, infrastrutturale del Paese è andata molto a rilento. La necessità di assicurare adeguata attenzione e finanziamenti per le attività militari e quelle civili è ormai largamente condivisa quale elemento fondamentale per una strategia di intervento di successo. L’ennesima lezione che viene dal caso Afghanistan dovrà essere adeguatamente tenuta in considerazione nella programmazione di futuri interventi simili».
Come valuta la decisione di Biden di ritirarsi senza indugi dall’Afghanistan?
«Dai tempi della presidenza di Obama e, poi, di Trump, gli americani avevano chiaramente detto che avrebbero ritirato le loro forze dall’Afghanistan. Biden ha continuato in questa direzione che, quindi, era del tutto prevedibile. Ciò che ha sorpreso è la rapidità dell’avanzata dei talebani che ha provocato un’accelerazione del ritiro. Ora si tratta di guardare al futuro del Paese e individuare una strategia complessiva della comunità internazionale. Sia pure ancora in maniera confusa si può prevedere che, nei prossimi mesi, vi saranno tentativi rafforzati di un approccio coordinato, magari con una valorizzazione del ruolo dell’Unione Europea, di rafforzare la collaborazione con i Paesi limitrofi, anche nell’ottica di una gestione ordinata dei rifugiati e di un’assistenza umanitaria agli afghani e di avviare discussioni con il nuovo governo (quando sarà istituito) a determinate condizioni, ma soprattutto, sarà indispensabile avviare una vasta riflessione, su come affrontare, in maniera più incisiva, situazioni simili in futuro».
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