Il Tirreno

Livorno

Il Roma e quei 29 minuti di terrore «Le bombe, l’inferno e la disfatta»

GIAN UGO BERTI
Il Roma e quei 29 minuti di terrore «Le bombe, l’inferno e la disfatta»

Attraverso le parole del figlio la testimonianza del sergente Michele Rossano: lui vide la tragedia «Le urla disperate dei marinai che stavano morendo tra sangue e fumo, sparendo sott’acqua» 

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IL RACCONTO

GIAN UGO BERTI

Sulle carte nautiche è un punto, solo un piccolo punto nell’immensità del mare dell’Asinara, al largo della costa nord ovest della Sardegna. Per tanti, però, è molto di più.

Sul fondo di quelle acque, infatti, a mille metri di profondità giace da 78 anni la corazzata “Roma”, affondata il 9 settembre dalle bombe lanciate da un aereo-silurante tedesco. 1352 morti, 622 superstiti.

Una nave, come tante, ma con la sua tragica storia. Stava navigando verso Malta assieme all’intera flotta, in seguito a un chiaro ordine dell’alto comando: arrendersi agli anglo-americani dopo che, il giorno prima, era stato dichiarato l’armistizio. Il suo destino e dell’equipaggio inizia a compiersi alle 15, 42 per concludersi alle 16, 11: ventinove, interminabili minuti.

Essere testimoni diretti e non poter fare nulla. Sono ricordi e immagini che rimangano, strazianti, per tutta la vita. Il sergente Michele Rossano – mancato da tempo – è stato uno di loro, testimone oculare. In quel preciso istante si trovava a bordo della corazzata Vittorio Veneto, posta nella formazione proprio vicino al Roma, dopo l’inversione di rotta: non più verso la Maddalena, ma in direzione Malta. Alcuni anni fa, attraverso il figlio di Michele Rossano, l’ammiraglio Giuseppe, fu portata alla luce la testimonianza di quella giornata terribile. Ventinove minuti col fiato sospeso. Dalle parole di chi ha visto tutto.

«L’ordine del nostro comandante fu immediato, per me e il collega dell’aletta di sinistra. Appena avessimo visto la direzione delle bombe, comunicarglielo istantaneamente a voce, così da poter avere il tempo per accostare la nave a dritta o a sinistra e cercare di evitarle. Il binocolo – raccontava Rossano – da quel momento, fisso a scrutare il cielo. Mai l’avevo guardato con tanta intensità e paura. Pensavo cosa sarebbe successo, se una di quelle mi fosse caduta sulla testa. Una probabilità su mille, sperai. Non sono mai stato superstizioso, mi raccomandai a Dio, ma ricordo che d’istinto, incrociai le dita. Sarà stato forse un sacrilegio avvicinare sacro e profano, ma non si sa mai.

Il racconto del sergente prosegue: «Dopo la prima bomba che alle 15, 30 un nostro incrociatore riuscì fortunatamente a schivare, mi venne in mente come all’atto della partenza avevo con insistenza chiesto ai superiori di cambiare il mio incarico iniziale nella sentìna, adducendo seri problemi di claustrofobia. “Comandante, là dentro si soffoca”, dissi. E poi, a essere onesto, non volevo fare la fine del topo. “Allora vai in plancia, l’aria fresca ti farà bene almeno al cervello”. Ottimo, riflettei, così avrò maggiori probabilità di salvarmi. Tutto da rifare. Lo capii quando la bomba cadde molto vicina. Se avesse colpito il ponte di comando, altro che fine del topo avrei fatto. Avevo preferito di voler vedere la morte in faccia. Eccomi accontentato.

Le parole di Rossano sono un fiume di suspence e paura: «Apparve chiaro che i tedeschi miravano alle navi più grosse e compresi come fosse solo l’inizio, altro che sentìna, qui potevamo affondare tutti. Poi fu l’inferno. Una bomba colpì la Littorio, proprio davanti a me, danneggiandola. Un’altra indirizzata al Roma fallì il bersaglio, quella successiva invece fece centro fra le torri antiaeree. Erano le 15, 42. Il dramma era cominciato. Un boato tremendo. Ancora nulla, comunque, rispetto al successivo quando un altro, maledetto ordigno s’infilò nella ciminiera fino ad arrivare alla Santa Barbara, facendola esplodere. Mai vista una cosa simile. Mi chiedo ancora se, in quel momento, esistesse un Dio dalla parte nostra ed un altro, da quella dei tedeschi. Quando la corazzata si spezzò in due, compresi l’enormità della tragedia, come se una grande balena s’inabissasse, lentamente. Ma, nell’immensità del mare, apparve come un giocattolo che qualcuno aveva voluto distruggere».

Il ricordo di Michele Rossano si conclude: «Pochi minuti, soltanto 29, ma li ho vissuti secondo per secondo. La nave si girò su un fianco, si capovolse e si spezzò. Guardavo atterrito e impotente. Pochi metri e potevo essere io a morire, come tanti, in mezzo al sangue e alle urla di dolore, mentre un fumo denso ed acre mi soffocava. Pensavo alla famiglia, a mia moglie Angela che a Barletta aveva appena dato alla luce nostro figlio Francesco. Anche Angela e i parenti della gente che era a bordo del Veneto, vissero nelle ore successive una tragedia nella tragedia. Captando una stazione radio tedesca, si venne a sapere come la corazzata affondata fosse stata la mia, perché l’emittente non aveva tenuto conto dell’improvvisa inversione di rotta. Dunque, la prima corazzata cui si faceva riferimento era stata identificata all’inizio come il Veneto. Trascorsero ore prima della smentita, che si trattava invece del Roma. Gli attimi più drammatici della sua vita, mi confidò a guerra terminata mia moglie. Lei ha sempre voluto credere a un miracolo. Ma, a mente fredda, come tanti fatti di quel pomeriggio, era destino così».

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di Redazione web