Il Tirreno

Livorno

Comandanti e soldati coraggiosi in un Paese ridotto a brandelli

Lo storiografo Angiolo Berti raccontò il lato nascosto della guerra «La morte degli uomini di Bergamini certificò la buona fede italiana» 

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la testi monianza

Dalla tragedia si può sempre risorgere. Ed il nostro Paese cominciò a dimostrarlo. Sì perché, secondo Angiolo Berti, livornese, storiografo della marina militare scomparso sedici anni fa, «il sacrificio dell’ammiraglio comandante Carlo Bergamini e dei suoi uomini, non fu vano ed accese gli animi degli italiani. Convinse, in particolare, gli alleati della loro buona fede. Contribuì in maniera preponderante a far accettare l’aiuto militare italiano nella guerra di liberazione, con le conseguenze che permetteranno, in pochi anni, la ripresa morale ed economica, presagita dallo stesso ammiraglio, nelle parole rivolte ai collaboratori prima di prendere il mare: “dite tutto questo ai vostri uomini. Essi sapranno trovare nei loro cuori generosi la forza d’accettare questo immenso sacrificio”».

Il riferimento, alla tragedia della corazzata, porta Berti a una successiva riflessione. Davanti a una macchina dello Stato a pezzi, soverchiata dalla pressione degli avvenimenti militari e dalla reazione dei tedeschi, la risposta è ben differente per esercito, marina ed aeronautica.

«Le forze di terra – spiega Berti – pressate, demoralizzate e prive di collegamenti, si dissolvono quasi ovunque a parte alcune eccezioni. Quelle dell’aria, che possono uscire indenni da un confronto soverchiante, prendono la via del nord o del sud, scegliendo spesso le scelte dei comandanti di gruppo, stormo o squadriglia. Comunque sia, l’aeronautica militare, in quanto ad efficienza bellica, appare pressoché distrutta». Come citato sulla rivista marittima, Berti aggiunge: «I Tedeschi sono forti in Italia per terra ed in cielo, ma privi di qualsiasi forza nel Mediterraneo, dove la flotta alleata è in grado di dare supporto alla marina militare».

Purtroppo i caduti della “Roma” non rimasero i soli. A poche ore di distanza, fra Livorno e l’isola di Gorgona, combattendo contro preponderanti forze tedesche, cade il contrammiraglio Martinengo.

Ma, dopo l’armistizio, la marina non opera soltanto sul mare. Alla fine d’ottobre è già attivo, a Roma, il “Fronte clandestino della Marina”, con a capo l’ammiraglio Ferreri, segretario generale del ministero Marina. L’ammiraglio Maugeri coordina invece il “Servizio Informazioni Clandestine”. Gruppi di partigiani e patrioti della marina vengono costituiti nelle regioni occupate dai Tedeschi.

«E il contributo della Toscana – sottolinea Berti – è pronto e massiccio. Ricordiamo il capitano di fregata Brofferio, a Viareggio. Comanda formazioni armate nella zona fra il Serchio e le Alpi Apuane, a sud di Gallicano. Sono circa settemila marinai, ufficiali e sottufficiali che partecipano alla lotta di liberazione. 846 pagano con la vita».

Berti chiude con un pensiero dell’ex-capo di Stato maggiore, Roselli Lorenzini. «La nazione ama la sua marina e la vuole efficiente, viva, equilibrata, vigile custode delle sue libere istituzioni e del suo civile sviluppo. Non è retorica, l’8 settembre lo testimonia».



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di Redazione web