Gioco
Il vescovo: la sostenibilità sia tanto ambientale che sociale
Per Giusti è indispensabile un nuovo patto sociale»: mettere l’accento sul “noi” così da unire la salvaguardia del pianeta e la tutela dei lavoratori della raffineria
Mauro Zucchelli
livorno. «La transizione ecologica presuppone un nuovo patto sociale, anche in Italia». È la Chiesa a mettere l’accento su un modello di economia che sia più attenta alla sostenibilità ambientale. Lo dice per bocca del vescovo Simone Giusti a Montenero nella “Giornata del Creato”. Dietro questa denominazione (“Creato”) c’è l’idea che dal punto di vista religioso – questo il filo delle argomentazioni – il richiamo alla responsabilizzazione valga il doppio: se per tutti dev’esserci l’attenzione a consegnare alle generazioni future un pianeta in condizioni vivibili, per chi è credente c’è anche l’obbligo morale di non sciupare l’opera di Dio.
Per Giusti c’è bisogno di una «educazione alla responsabilità» in nome di «un nuovo umanesimo che abbracci anche la cura della casa comune». Obiettivo: superare una visione del mondo basata esclusivamente sugli esseri umani e invece «riscoprire quel senso di interconnessione che trova espressione nell’ecologia integrale» (e qui il vescovo apre la porta alle riflessioni che già nel ’45 erano di don Primo Mazzolari). La transizione ecologica dev’essere «insieme sociale ed economica, culturale e istituzionale, individuale e collettiva», dice Giusti citando un documento della Conferenza episcopale.
È una «nuova attenzione» quella che richiama monsignor Giusti nel testo a stampa di questa riflessione letta dal vescovo – con le sue innumerevoli divagazioni a braccio, come di consueto – nella liturgia di questa ricorrenza che acquista particolare importanza all’interno del messaggio sul quale insiste papa Francesco. Per Giusti la l’altra gamba della sostenibilità ambientale è la sostenibilità sociale: «Creazione di valore economico e creazione di lavoro siano perseguite attraverso politiche e strategie attente all’esposizione a rischi ambientali e sanitari».
Troppo generico? Ci pensa il vescovo a mettere in chiaro cos’è l’attenzione che vorrebbe: è necessario «evitare di penalizzare, specie sul piano lavorativo, i soggetti che rischiano di subire più direttamente il cambiamento: e qui ovviamente il mio pensiero va ad esempio ai lavoratori della raffineria di Stagno, che sono in mezzo al guado». Come dire: la transizione ecologica «deve essere, allo stesso tempo, una transizione giusta».
Un vescovo non è un economista e allora, muovendosi sui registri che gli sono propri, indica l’orizzonte di come costruire il futuro. La parola chiave – dice – è “insieme”: «È il noi che supera l’io per comprenderlo senza abbatterlo, è il patto tra le generazioni che viene ricostruito, è il bene comune che torna a essere realtà e non proclama, azione e non solo pensiero».
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