Il Tirreno

Livorno

Statua di Bud Spencer, lo sfogo dell'artista: «Volevano che la donassi e non erano così entusiasti»

Juna Goti
Statua di Bud Spencer, lo sfogo dell'artista: «Volevano che la donassi e non erano così entusiasti»

Fabrizio Galli è il maestro carrista di Viareggio che ha realizzato la statua a grandezza naturale dell'attore  che gli era stata commissionata da un privato e che avrebbe poi dovuto essere donata al Comune

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LIVORNO. «Mi dispiace per come è andata a finire, una soluzione si poteva trovare, non si è voluto farlo...». Fabrizio Galli è il maestro carrista di Viareggio che ha realizzato la statua a grandezza naturale di Bud Spencer che gli era stata commissionata da un privato, Riccardo Minetti, e che avrebbe poi dovuto essere donata al Comune. Proprio Minetti, cinefilo fiorentino, in passato era stato tra gli organizzatori della festa per i 40 anni di “Lo chiamavano Bulldozer”, film girato in parte a Livorno, così come “Bomber”.

Galli, allora ha incontrato il sindaco Salvetti e l’assessore Lenzi. E la statua di Bud non tornerà a Livorno.

«No. Mi hanno detto che avrebbero preso la statua se l’avessi donata e che avrebbero deciso loro dove metterla. Io mi sono opposto perché non sono un filantropo, il lavoro si paga. Poi non mi è sembrato che ci fosse tutto questo entusiasmo, ho sentito una certa freddezza nei confronti sia della statua che miei, che alla fine non c’entro nulla con quanto è accaduto. A questo punto, se devo donare un lavoro che non è così gradito perché non è iniziativa di questa amministrazione ma della precedente, lascio perdere. Io contavo sul fatto che Bud Spencer è un personaggio trasversale, amato da tutti, trasversale anche alle amministrazioni».

Perché ha deciso di modificare l’opera?

«L’ho ridipinta l’ho fatta interamente blu. Avendo ora tutta la libertà di decidere come farla, ho seguito il mio gusto. E il giorno dopo avere messo la foto su Facebook sono stato chiamato dall’ufficio stampa della Regione Campania».

Sarebbe felice se trovasse casa a Napoli?

«Certo, è la città natale dell’attore. Però ho fatto questa proposta: prima di scegliere dove metterla facciamo una prova e vediamo come risponde la gente. Nessuna forzatura. Se poi piace si può vedere di trovarle definitivamente casa».

Insomma, chi la prende deve volerle bene.

«Sì, altrimenti la tengo io e magari la espongo quando ci sono delle occasioni. Mi hanno chiamato anche dal museo di Berlino che è stato appena inaugurato. L’avrebbero acquistata subito, non ci siamo trovati d’accordo sul prezzo».

A Livorno ci sono state anche tante critiche, se lo aspettava?

«Ci sono state battute goliardiche ma anche frasi che mi hanno ferito. Alla fine un artista non sta a guardare solo l’aspetto economico, ha più piacere ad avere riconoscimenti. Capisco che questo forse è un oggetto più vicino alle nostre espressioni carnevalesche e non un’opera d’arte di grandezza cinquecentesca, ma è nato con un’altra funzione. Con un’idea di leggerezza, per le persone che andavano lì a farsi le foto. Non aveva chissà quali pretese e a tanti è piaciuto. Comunque è un omaggio a un grande che a Livorno ha girato dei film. Poteva essere valorizzata di più con una collocazione diversa, quello sì. Mi dispiace per come è andata a finire...».

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