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Castel Boccale, a Livorno il maniero del vip inglese fra marsala e serate chic

Aldo Santini
Castel Boccale, a Livorno il maniero del vip inglese fra marsala e serate chic

L’epopea del bel mondo nella residenza lungo il Romito. C’era una volta lo strano pirata rubacuori Hugh Whitaker-Ingham, l’ultimo dei suoi castellani, barone alla siciliana

29 agosto 2021
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Di nuovo una domenica con un pezzo amarcord del nostro Aldo Santini, a dieci anni dalla sua scomparsa: l’abbiamo tratto dal Tirreno del 15 luglio 2001

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Salendo da Quercianella a Livorno, lungo «la scogliera più bella del mondo», diceva Sidney Sonnino dall’alto della sua fortezza a picco sul Tirreno, dopo la torre di Calafuria ecco apparire, nell’arco di un’insenatura rocciosa, Castel Boccale finalmente rimesso a nuovo. Nelle stanze dei suoi undici appartamenti la musica del mare ci accompagna giorno e notte, ora come un “adagio”, la musica della risacca, ora come un “fortissimo”, la musica del libeccio, con i vari tempi intermedi. Più vari i suoi profumi che ci inebriano passeggiando intorno alla piscina naturale scavata dai marosi nel macigno: profumo di lentisco, profumo di ginepro, profumo di pinastri, profumo di marsala. Marsala? Sissignori. Un profumo virtuale, come si usa dire. La marsala del suo proprietario più ricco e più esibizionista: Hugh Whitaker-Ingham, l’ultimo dei suoi castellani, barone inglese alla siciliana.

Siamo nel 1926. La marchesa Eleonora Ugolini, fiorentina verace, aveva acquistato il castello nel 1896 per 5.500 lire, con l’annesso territorio di 3.700 metri quadri. Nel 1901 ampliò il parco sul mare con altri 5.650 metri pagati 1.300 lire. Nel 1911 dette l’addio al suo rifugio. Fra i successori c’era stato per otto anni il conte Rosolino Orlando, di origine siciliana, quartogenito del fondatore del Cantiere, due volte sindaco della città, amico dei “signori della marsala” che facevano capo a Livorno per l’export del loro vino. E nel 1926 arriva un rampollo di questi “signori”.

Lo sappiamo: gli inglesi hanno creato in Sicilia l’industria della marsala con i Woodhouse, gli Ingham, i Whitaker. Il padre di Hugh, Willie Whitaker, ha appena ereditato da Benjamin Ingham, suo cugino, quattro milioni e mezzo di sterline. Uno splendido biglietto di presentazione per il giovane Hugh che, ospite a più riprese degli Orlando, si era innamorato del castello. Livorno era entrata da tempo nella storia dei “signori della marsala”. Non solo perché il suo porto era il centro di distribuzione del loro vino in Italia, non solo perché il cantiere Orlando era legato alle loro attività armatoriali, ma anche perché a Livorno l’ultimo discendente dei Florio, Ignazio junior, aveva sposato la bellissima Franca di San Giuliano.

Un matrimonio senza clamore, per sfuggire alle critiche di Palermo dove il loro rapporto (un borghese impenitente donnaiolo, per di più in cattive acque, che sposa una baronessina appena ventenne) aveva innescato odiose malignità. Le nozze furono celebrate l’11 febbraio 1893 nella chiesa di Sant’Iacopo. Uno dei testimoni era Luigi Orlando. Poi il sì in municipio, con Rosolino Orlando “assessore delegato”.

Francesca (di qui Franca) Florio è stata cantata da D’Annunzio, nel giorno del suo matrimonio livornese: «Alta, snella, pieghevole, ondeggiante, ha il passo di una levriera». Livorno ritorna nella sua vita tre anni dopo, settembre 1896, quando il padre s’infrange con il panfilo sugli scogli della Meloria e perisce nella tempesta. Lei stessa, ormai 77enne, si spegne vicino a Livorno, il 10 novembre 1950, nella tenuta di Migliarino Pisano, ospite della figlia Igiea che nel 1921 aveva sposato il marchese Averardo Salviati.

Livorno e i “signori della marsala” sono legati a doppio filo. La crisi economica dei Florio raggiunge il culmine nel 1909 quando Ignazio cancella la commessa di uno yacht da favola al cantiere Orlando. Evidentemente i Whitaker-Ingham sono in tutt’altro stato dei Florio se, vent’anni dopo, gli Orlando accolgono a braccia aperte il giovane Hugh. L’eredità di quattro milioni e mezzo di sterline è una iniezione di denaro fresco per Livorno orfana del porto franco. Più ambizioso della marchesa Ugolini, il Whitaker-Ingham intende fare del castello una residenza lussuosa. .

La torre ha ispirato il Boccaccio che, nella decima novella della seconda giornata del “Decameron”, vi ambienta l’episodio di una bella pisana Tolomea Gualandi, sposata giovanissima all’anziano giurista Riccardo di Chinzica. Senza carezze e senza amore, con il marito curvo sui codici dalla mattina alla sera, Tolomea trascorre nella torre una breve parentesi delle ferie estive che li segnalano a Montenero.

Scesi al mare per qualche giorno di bagnature, e alloggiati nella torre, Tolomea si fa notare (in costume?) da un pirata rubacuori, Paganino, di buona famiglia monegasca, che infesta il Tirreno con una galeotta truccata da peschereccio. Paganino si nasconde in una grotta marina a due passi dalla torre e attende l’occasione propizia. L’occasione giunge con una battuta di pesca in barca organizzata dal giudice con i suoi amici. Le mogli li seguono su un’altra barca. È il momento giusto. Paganino balza fuori dalla grotta, incita i vogatori, piomba sulla barca delle donne, rapisce Tolomea e si allontana rapido come il vento. Inutili le ricerche. E Tolomea, prima di giungere a Monaco, cede alla corte di Paganino, com’è regola nelle vicende boccaccesche.

Dopo qualche tempo il giudice, scoperta l’identità del rapitore, va a Monaco e affronta il problema del riscatto. Ma Tolomea lo blocca: «Ho trovato l’amore e qui rimango». E aggiunge: «Qui mi pare essere moglie di Paganino, et a Pisa mi pareva esser vostra bagascia».

Inventato o meno, l’episodio ha giustamente la sua sede nella torre del Boccale: lo prova l’attigua spelonca chiamata Grotta del Pirata. E un vero talento mostra di possedere Hugh Whitaker-Ingham trasformando Castel Boccale in un arioso gioiello. I cronisti della buona società ci descrivono il castellano inglese di Sicilia come un intellettuale di gran gusto, collezionista di giade e di tappeti, di argenti, di cristalli, e ci assicurano che «le sue dimore sono arredate stupendamente». Insomma, Livorno ha la fortuna di avere accolto un uomo raffinato. Anche se dei Whitaker ha le estrosità spettacolari, definiamole a questo modo. Ci giunge notizia, ad esempio, di una sua zia che a Palermo ama sfilare in carrozza aperta, nel centro, tenendo su una spalla un loquacissimo pappagallo, legato ad una catena d’argento, e che di conseguenza è stata soprannominata “la signora Whitaker pappagallo”. E di uno zio, al quale si devono gli scavi nell’isola fenicia di Mozia, davanti a Marsala, che stanco di veder ballare i suoi invitati nel salone della sua villa, esclama perentorio: «Se fossi a casa vostra io ora andrei a casa mia».

Dobbiamo al giovane Hugh Whitaker-Ingham i racconti, che fecero subito il giro di Livorno, sull’ovazione ricevuta da Franca Florio al Politeama di Palermo, quando si affacciò al palco durante una recita di Lina Cavalieri, amante ormai notoria di suo marito. Gli spettatori balzarono in piedi voltando le spalle al palcoscenico e l’applaudirono lungamente. La notte stessa Lina Cavalieri abbandonò Palermo.

Un’altra storia su donna Franca? Ignazio Florio chiama a Palermo il celebre pittore Boldini perché ritragga la moglie in una posa regale, degna del titolo che le è stato attribuito: “regina di Palermo”, appunto. E Boldini, invece, sedotto dalla sua bellezza, la dipinge in modo diverso. Donna Franca viene immortalata con un accenno di “mossa” e ha un qualcosa di voluttuoso. Ignazio va su tutte le furie. Rimanda il ritratto a Boldini, perché lo corregga. Boldini lo ritocca, ma con ostentata trasandatezza.

Tiriamo le somme: per molti anni Castel Boccale fa parlare di sé grazie ai denari, alle eccentricità e alle indiscrezioni di Hugh Whitaker-Ingham che ha sempre molti ospiti di riguardo nel suo salotto o, l’estate, all’ombra delle sue tende sulla scogliera. Non sorprendiamoci, allora, se fino agli anni ’40, a Livorno, per merito anche dell’esteso consumo della marsala, Ingham diviene sinonimo di bello e di elegante. Al punto che una bella ragazza, un bel film, un bel vestito, riceve l’aggettivo “Ingham” tradotto in “ingamme” dal vernacolo livornese. «Quella ragazza è proprio ingamme» si diceva. E così un film, un vestito.

Castel Boccale rimane dei Whitaker-Ingham fino al 1960. Poi l’abbandono. I tentativi di restaurarlo sono ostacolati dalla burocrazia. Nel 1998 un gruppo livornese lo rileva portandolo a nuovo splendore e dividendolo in appartamenti di lusso. Oggi Castel Boccale è tornato più “ingamme” di prima. E profuma di lentisco, di ginepro, di pinastri, di salsedine e, virtualmente, per chi legge la storia, anche di marsala.

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