Il Tirreno

Livorno

la tragedia di cenaia

La mamma dell’operatore socio-sanitario «Voglio la verità sulla morte di Luciano»

Pietro Barghigiani
La mamma dell’operatore socio-sanitario «Voglio la verità sulla morte di Luciano»

Indagata l’automobilista che ha travolto il 30enne caduto dopo l’impatto con un cinghiale. Tra oggi e domani l’autopsia

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Pietro Barghigiani

crespina lorenzana. «Non si può morire così. Mio figlio aveva tutta la vita davanti. Esigo di conoscere la verità su cosa è successo sabato sera».

Raggiunta da decine e decine di messaggi che le ricordano quanto fosse speciale suo figlio, Barbara Furnari pretende di sapere come è morto Luciano «anche se mio figlio non me lo restituisce nessuno» è il tormento della donna, residente a Calci, originaria della Sicilia dove il 13 settembre 1990 era nato Luciano Carbonaro, l’operatore socio sanitario di Paternò (Catania) deceduto sabato sera sulla via Livornese in una carambola pazzesca.

In sella al suo scooter Yamaha diretto verso Cenaia, dove abitava in un appartamento in via Moro, prima si è scontrato con un cinghiale che gli ha tagliato la strada, poi a terra è stato preso da un’auto proveniente dalla stessa direzione. Chi era alla guida, una sessantenne del posto, non è riuscita a schivarlo. Una morte istantanea anticipata da una sequela di malasorte da brividi. L’autopsia dovrebbe chiarire se al momento della caduta a causa del cinghiale il 30enne era ancora vivo – ipotesi che pare prevalente – o se l’impatto dell’auto è da ritenersi successivo al decesso e dunque superfluo ai fini di una responsabile penale perché avvenuto su un corpo ormai privo di vita. L’automobilista è indagata per omicidio colposo stradale. I carabinieri della compagnia di Pontedera hanno consegnato l’informativa al magistrato Egidio Celano che tra oggi e domani conferirà l’incarico per l’autopsia. La mamma di Luciano ha già contattato un legale per essere assistita in un procedimento che mira a stabilire eventuali negligenze alla guida da parte della conducente della Toyota Yaris che ha investito il 30enne dipendente dell’Azienda ospedaliera di Pisa dopo aver lavorato in una Rsa a Collesalvetti - dove aveva abitato per diversi anni - e nella struttura “Dopo di noi” a San Giuliano Terme.

Le parole non possono lenire il dolore per la perdita di un figlio. Al limite possono essere un conforto che aiuta a coltivare la memoria di chi non c’è più. E che per una madre significa rinunciare a una parte di sé. Luciano aveva una sorella e un nipotino. Una famiglia serena che il destino ha voluto punire.«Mio figlio era un ragazzo gentile, affettuoso e amorevole – riprende la signora Barbara –. Lo dicevano tutti e anche in questo momento me lo ripetono in continuazione. Ho ricevuto messaggi d’affetto da tutti i suoi colleghi».I pensieri delicati degli altri, dagli amici ai colleghi, accompagnano la mamma in questi giorni di strazio senza rimedio.

«Luciano non tornerà più, ma ora mi devono dire come è andata, perché non si può morire in questo modo», è l’appello-sfogo della mamma.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web