Gioco
Una scuola e lavoro sicuro Livorno capitale del corallo
Il racconto della nascita del suo commercio, dell’utilizzo fino all’intuizione: un istituto ad hoc, attivo fino al secolo scorso, che garantiva un impiego certo
Gian Ugo Berti
Livorno. Alcune fonti storiche riportano che la pesca e la lavorazione del corallo a Livorno fosse stata importata dai napoletani (documento del governatore Ginori). In realtà, nel nostro mar Tirreno, questa pesca era usuale fin dal 1400 nel golfo di Calafuria – e anche al Giglio e all’Elba – quando Livorno era un villaggio di pescatori. Ma fin dall’anno mille, era la Repubblica Pisana ad avere un ruolo importante nella pesca, commercio e lavorazione. Nella seconda metà del 1500, il corallo grezzo pescato sulla costa livornese, il cosiddetto “corallo di Calafuria”, era portato a Pisa e lavorato da maestri come Giuseppe Buono e da altri ebrei sefarditi, fornitori del granduca e forse i primi corallai toscani, cui fu data la vendita esclusiva.
Nel 1400, la pesca nel Tirreno si svolgeva al largo della costa, fino a Corsica, Sardegna e Africa settentrionale. Iniziava in aprile fino a ottobre. A novembre, le imbarcazioni delle “coralline”, livornesi, corse, genovesi, napoletane, provenzali, attraccavano al porto di Livorno e lì giungevano, da ogni parte, mercanti, proprietari di laboratori che si contendevano l’acquisto di materiale grezzo. Spesso si scatenavano risse che si concludevano presso i Consoli del mare di Pisa. Pensate che nel 1656 giunsero oltre 500 imbarcazioni cariche di grezzo mediterraneo. Venne così istituita la Fiera del Corallo.
La figura delle “corallaie” nasce a Livorno per opera del granduca di Toscana, con lo scopo anche di creare lavoro e togliere ragazzi e ragazze dalla miseria. In città e a Pisa, furono create istituzioni benefiche in tal senso per evitare prostituzione e accattonaggio. Si chiamavano “Pie Case delle Mendicanti”. Oltre cibo e ricovero, veniva insegnato un mestiere, s’insegnava cucito e ricamo, arte del merletto, tessitura, servizio e cameriere in famiglie ricche. Nel 1700, dato il grande afflusso di corallo, a Livorno fu istituita la “Scuola del corallo”, attiva fino all’inizio ’900. Sovvenzionata dai più importanti laboratori del corallo, veniva insegnata la lavorazione, con un iniziale, piccolo compenso quali allieve, poi con l’assunzione nella ditta. Alle migliori, un premio di fine anno, a costituire una dote disponibile al momento del matrimonio. Trovare lavoro, una volta uscite, era facile.
La lavorazione riguardava la materia prima con toccoli, olivette e botticelle. Parte destinata a gioielli e soprattutto a uso religioso per rosari, commerciati fino in Siria e in Libano. Lavori di destrezza e precisione, che preferivano le donne, in quanto servivano mani piccole e leggere. Requisito, occhi buoni e dita minute con movimenti svelti. Si lavorava in grandi stanze con grandi finestre per sfruttare la luce del giorno (otto ore in inverno, dieci in estate). Ottima era la paga, professione sicura e di prestigio.
Avevano differenti specializzazioni. “Sceglitrice” (a indicare il pezzo più adatto per il tipo di lavoro pagato da 0,17 a 0,50 lire al giorno), “tagliatrice” (da 2 a 3 lire), poi “bucatrice”, “lavoratrice”, “arrotatrice” (da 1,8 a 2,5 lire al chilo di materiale), “arrotondatrice (stondavano il corallo a 5 lire al chilo). Questo prezzo era stato il risultato di uno sciopero di massa perché a Torre del Greco era solo di 3 lire”, infine la “limatrice” (smussatrice) e “brillantatrice” con 3-5 lire al giorno).
Erano cifre tipiche di un impiegato di alto livello. Molte erano le ditte private. Le più importanti a Livorno nell’800 Medina, Franco, Attias e altre. Fra i mecenati la scuola di Giovanni Santoponte, nel 1844. La ditta partecipò nel 1861 all’esposizione di Firenze e dieci anni dopo a Vienna. Chiuse nel 1930 a causa della grande crisi economica del ’29. Poi, l’opificio di Giovacchino Chayes, la cui ditta rimase attiva fino alla Prima Guerra Mondiale.
Non pochi erano gli incidenti per mani e occhi. Si tratta di materiale tagliente allo stato grezzo, frequenti tagli ed escoriazioni, profonde ferite e perdite di unghie. Ecco perché si teneva vicino una grossa bacinella d’acqua marina e scorze di limone con cui prontamente si disinfettava la mano. Talvolta dalla molatura o limatura, minuscoli frammenti si potevano infilare negli occhi, provocando fastidi.
Come si lavorava? Secondo il Daneu nell’Arte trapanese era liberato dalla scorza con raschietti di ferro, lucidato con pietra molara usando una terra importata da Tripoli. Il taglio dei rametti nei punti opportuni con la lima, il tronco più grosso con la tenaglia, dopo averlo intaccato con una “spada”, lama (40 x 8). I frammenti si foravano da parte a parte mediante archetto bagnato con acqua, poi l’arrotondatura sul banco con una pietra molara. Pulitura finale con ruote di smeriglio e con terra di Tripoli. La lavorazione a brillantini con un colpo di lima per ogni faccetta, quello di scultura a tutto tondo a rilievo e ad incavo a foggia di cammeo, col bulino.
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