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Un anno fa nei fossi in Venezia le mani per i migranti

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Era l’agosto del 2020 quando all’alba erano spuntate dal fosso di viale Caprera, nel quartiere della Venezia, tredici mani di sughero, con il materiale a prestare il nome all’intera iniziativa. Tredici mani che emergevano dal fondo: quasi come se chiedessero aiuto. Un messaggio artistico molto chiaro: «Una semplice, ma visibile, provocazione: un invito a pensare, a riflettere, a prendere in considerazione una realtà che, se da un lato è sotto gli occhi di tutti, dall’altro continua a essere fondamentalmente ignorata, dalla disumana indifferenza di molti, o a essere mistificata, distorta e strumentalmente utilizzata da chi sventola di continuo il problema immigrazione, ma solo ed esclusivamente a fini elettoralistici e di potere». La firma? Quella del solito gruppo che, a distanza di un anno, si è concentrato oggi sul tema della violenza di genere. Dieci mani, questa volta, di gesso e “insanguinate” prima nelle vetrine dei locali per “Effetto Venezia” poi pronti a essere ospitati in uno spazio unico e, in futuro, al centro donna del Comune. Arte e riflessione, parole chiave, per opere forti per sensibilizzare e non dimenticare.

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