Gioco
Quando a Livorno governava Ciribì sindaco pascià venuto dall’Oriente
Ipotesi: il cacciucco portato dalla Turchia dal mercante che aveva l’harem e finanziava la basilica
il racconto
aldo santini
Su «La paura preferita» (Mondadori), il libro del saggista Luca Scarlini, leggo che il primo straniero a chiedere la cittadinanza livornese in pianta stabile, nel 1665, fu il turco Ciribì.
Che razza di nome è Ciribì? In realtà questo turco, che in seguito, grazie al suo prestigio e alla sua ricchezza, fu anche sindaco di Livorno, si chiamava Cheri Bei: Ciribì è la gloriosa traduzione labronica. Lo sapete: i livornesi adattano con rara felicità i nomi forestieri al nostro linguaggio popolare.
Basta un solo esempio: il “punch” (pronunciate «paaanch», enfatizzando con accento sincopato la aaah! ) è diventato un ponce molto casalingo, cambiando anche contenuto.
La città laboratorio
Ma per tornare a Ciribì bisogna tener conto di cos’era Livorno in quel periodo. Una città-laboratorio, dice Scarlini, «in cui il meccanismo della convivenza è facilmente ripercorribile in tutti i suoi aspetti».
Con la legge Livornina del 1591 che apriva le porte ai fuorilegge del Mediterraneo perché venissero ad abitare il nuovissimo e malsano centro portuale creato dai Medici, Livorno divenne la patria di un internazionalismo sfrenato. Un viaggiatore francese, Charles de Brosses, scrisse che Livorno smomigliava a una torre di Babele: «Non sarebbe facile dire di che razza siano gli abitanti di questa città. Si fa prima a dire che sono tutte le razze d’Europa e d’Asia, perciò le vie sembrano una vera fiera di maschere e di abbigliamenti...»
«Se vuoi venire con me a Livorno un novo mondo ti faccio vedé» cantavano i ceraioli di Gubbio avviandosi incontro all’emporio toscano sui barrocci zeppi di ceri grandi e piccoli. Ceri dipinti che avrebbero preso le rotte del Mediterraneo. Il miraggio del porto imbandierato di vele li inebriava, i guaglioni; e delle vie larghe drogate di spezie, degli affari sonanti, dei banchi e delle botteghe, dei caffè tentatori.
Perfino in Umbria si bucinava di questa città all’americana, il paradiso degli ebrei, liberi più che ad Amsterdam, e le donne ariose per strada, il chiasso alto, eccitante. Livorno città promessa e d’avvenutra. Calamita.
«Non si può dubitare, entrando a Livorno, che non sia una città commerciale, tanto è il rumore e il movimento dovunque, e credo che essa non sia per questo inferiore a nessun’altra città del genere...» testimonia Paul Cromber, ufficiale belga della reale marina olandese.
padre del cacciucco
Livorno cacciucco di genti, dunque. Cacciucco dal turco «kuçuk», «piccolo», cioè «zuppa di piccoli pezzi di pesci». Che sia stato Ciribì il padre del cacciucco? Niente di più probabile.
Ciribì, che accettò volentieri la traduzione popolaresca del suo nome, e firmava «Ciribì» gli atti notarili e le cambiali, giunse a Livorno, in fuga dalla Turchia, a bordo di un vascello che si chiamava “Mercante armeno” e fu salutato da una salva di moschetti. Segno che era considerato un personaggio illustre e che la sua venuta era stata preavvisata alle autorità portuali.
Infatti aveva un legame amichevole di affari con Mathias de’ Medici, il quale si adoperò per fargli avere il terreno su cui costruire il suo palazzo. Alla raccomandazione fiorentina, il provveditore della dogana rispose «Noi li faremo tutte le carezze che possiamo perché resti» e concludeva «potrebbe tirarli delli altri».
Scarlini avverte: «La pubblistica locale ha voluto spesso attribuire al palazzo di Ciribì, che aveva il bagno turco, detto “stufa” , collocato in un edificio attiguo, l’esistenza di un harem, che però nessuna fonte ufficiale conferma. Ma bastava la differenza di comportamento di Ciribì per farne un pascià a tutti gli effetti, incluso il consueto corteggio erotico. Ad esempio Piero Brizzi scrive che egli si fece costruire un gran palazzo capace di contenere le sue favorite e per viverci alla sua maniera».
L’impero del pascià
Ciribì ebbe in realtà un forte potere economico e sociale che gli permise di gestire la sua vita a Livorno secondo le sue esigenze personali. Era devotissimo, finanziò le opere religiose, contribuì, fra l’altro, al restauro della basilica di San Piero a Grado, e alla gestione della Confraternita dei Santissimi Cosimo e Damiano.
Scarlini precisa: «Tuttavia era uno spietato, ossessivo nella pratica delle cause legali che presto o tardi lo esponevano a quasi tutte le persone che collaboravano con lui. Spesso i processi erano basati su un’assai personale interpretazione della legge per cui all’uomo d’affari sembrava giusto riscuotere direttamente ciò che era promesso per accordi al capitano della nave, innescando spesso reazioni violente».
Il nostro Ciribì muore per un «accidente improvviso» senza lasciare un testamento. E la sua dipartita dà il via a una romanzesca lotta ereditaria con richieste pressanti di denaro da ogni angolo del Mediterraneo e d’Europa.
Fortuna in rovina
La “stufa” venne affittata a un soldato e il palazzo fu trasformato in un’officina. Ma presto decadde in rovina cancellando «le ultime tracce di una presenza domestica e inquietante allo stesso tempo, che aveva turbato i sogni di chi ne voleva interpretare i misteri».
D’altronde di harem e di belle donne discinte, sdraiate sugli ottomani, con gli eunuchi che le allisciano e le preparano all’incontro con il padrone-pascià, si parla spesso a Livorno, malgrado le smentite ufficiali. La presenza di una comunità ottomana autorizzava queste fantasiose dicerie.
Non solo i suoi membri portavano usi e costumi dalle loro terre d’origine, comprese le vesti, dal turbante o dal fez sino ai calzari, ma Firenze sentì la necessità di istituire un «confessore degli arabi», inviato dalla Congregazione di Propaganda Fide, allo scopo di prendersi cura delle genti di lingua araba residenti o di passaggio nell’emporio labroni-
co.
L’harem e l’ex voto
Dell’harem più importante e più famoso del Mediterraneo, quello di Costantinopoli, c’è addirittura una testimonianza nel Santuario di Montenero.
Un ex-voto che racconta l’avventura di una ragazza livornese rapita dai corsari saraceni: è costituito da un corpetto trapuntato e dalle babbucce che indossava nell’harem del Sultano. Una dicitura informa: «Verso il 1800 la giovinetta trovandosi lungo il mare, presso Antignano, fu rapita dai Turchi che la portarono a Costantinopoli per l’harem del Sultano.
Di fronte all’ignominia che la sovrastava invocò fervidamente la Madonna di Montenero che non tardò ad ascoltarla. Un giorno vide arrivare nei giardini dell’harem il proprio fratello che, con somma accortezza e non senza un aiuto speciale della Vergine, come attesta il voto, riuscì a ricondurla a Livorno».
Non sentite il profumo? È quello esotico e dolciastro caro a Pierre Loti, lo scrittore francese che con “Aziyadé” ci ha lasciato un ritratto molto colorato di quella Costantinopoli dove la giovinetta Sansovinio fu venduta al Sultano.
Babbucce piccole
Ma Giuseppe Viviani, il grande incisore pisano innamorato di Livorno, che mi onorava della sua amicizia, diceva che il corpetto e le babbucce dell’ex voto sono di una misura troppo piccola per appartenere a una fanciulla. E aggiungeva: «In realtà i pirati saraceni avevano rapito una bimbetta di sei-sette anni. La involarono sulla scogliera di Antignano per rifarsi delle signorinelle gambe-lunghe fuggite in tempo al loro apparire. Poi la rifilarono al Sultano con chissà quale certificato di garanzia. Specialista di incanti erotici e fornitrice di energie a lunga durata. Oltretutto il Sultano non si occupava tanto dell’età. Tra i minareti la pedofilia aveva la sua patria naturale».
Per polemica contro i livornesi, Viviani scartava di proposito l’ipotesi più logica che corpetto e babbucce, simboli del dramma, fossero stati confezionati a Livorno, «retour del Costantinopoli», in una taglia ridotta per entrare in punta di piedi (con le babbucce) nella galleria degli ex voto di Montenero, portandovi il profumo d’Oriente. Di quell’Oriente da cui era fuggito l’autoritario e ricchissimo Ciribì, così potente da essere nominato gonfaloniere, cioè sindaco, della città.
Diciamolo, che Livorno abbia avuto un sindaco che si chiamava Ciribì è una notizia gustosa che farà sorridere, spero, l’attuale sindaco Alessandro Cosimi. —
(Tirreno, 13 agosto 2006)
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