Gioco
La strage dimenticata dei sette livornesi ammazzati dai nazisti nella Versilia di sangue
L’Anpi labronica in tandem con il Comune di Livorno riannoda il ricordo insieme alla gente di Seravezza: la lunga scia di morte a Villa Henraux
la storia, le storie
mauro zucchelli
Si chiamavano Rosolino Erna, Lanciotto Nardini e Olderigo Terreni, avevano sui 45 anni, a Livorno erano nati e a Livorno vivevano. Gastone Gori un paio d’anni in più: livornese ma nato a Santa Luce. Avevano invece passato i cinquanta Giulio Valeri, Niso Falchi e Carlo Garfagnoli, tutti con casa a Livorno, il primo originario di Colle e il secondo di Crespina. Sono i sette livornesi assassinati dai nazisti in una strage “dimenticata” nell’estate ’44. L’hanno rievocata a Seravezza ieri pomeriggio davanti a quello che nel borgo versiliese è chiamato il “monumento ai livornesi”.
È una strage rimasta un po’ in ombra perché mancano tanti dettagli e soprattutto perché le truppe tedesche, per attestarsi a difesa della “linea gotica”, utilizzavano una strategia di “terrorismo” militare: fucilazioni quotidiane quasi ovunque per far terra bruciata attorno ai partigiani. Ecco che la memoria degli eccidi si è costruita attorno a quello di Sant’Anna di Stazzema, logico che il resto sia rimasto un po’ sullo sfondo: tant’è vero che si sa che i sette livornesi assassinati erano stati catturati durante un rastrellamento ma sembra non esserci certezza su dove sia avvenuto. Chi dice a Livorno, chi «all’inizio dell’estate del ‘44 sulla costa versiliese».
«A Villa Henraux c’era un comando nazista e probabilmente – dice il prof. Giovanni Cipollini che ha dedicato lunghi studi a queste vicende resistenziali – anche questi sette livornesi facevano parte di quel numeroso gruppo di persone rastrellate dai nazisti per essere utilizzate come manodopera al proprio servizio, magari per le opere di difesa della “linea gotica”: li catturavano, li sfruttavano e se ne disfacevano». Come in un ciclo di assassinii programmati: da quel che si può ricostruire, non li avevano presi perché “colpevoli” di qualcosa, foss’anche solo di combattere come antifascisti o perché sospettati di esserlo, ma semplicemente come “braccia”, poi ammazzate. Perché non servivano più, perché erano state sfinite abbastanza, perché c’era da dare una lezione di “terrore” alle popolazioni...
La voglia di ripescare dalla memoria è nata in alcuni cittadini di Seravezza, che hanno dato vita già da anni a un comitato spontaneo e che ad ogni anniversario lascia un mazzo di fiori nel luogo di questa strage: giusto perché non sia più “dimenticata”. Adesso la sezione livornese dell’associazione partigiani (Anpi) in tandem con quella versiliese, oltre alle amministrazioni comunali di Livorno e Seravezza, hanno deciso di dare rilevanza a questa memoria. L’hanno fatto cercando le tracce dei familiari delle vittime: a quanto ha ricostruito l’Anpi livornese, «i cadaveri vennero riesumati quando gli alleati entrarono a Seravezza nell’autunno ’44 e successivamente portati a Livorno». È nel ’45 che vengono redatti gli atti di morte, risulta che i sette livornesi abitassero tutti nella zona sud di Livorno, fra Antignano e Montenero (via Gorgona, via del Littorale, via delle Cave, via Duca Cosimo, via di Montenero, via del Pino). Il prezioso “Atlante delle stragi naziste e fasciste”, nella scheda del prof. Gianluca Fulzetti, indica come responsabile la 20.a Luftwaffe-Feld-Division.
Di sicuro c’è solo che era stato messo in moto una sorta di “ingranaggio stragista”: funzionava talmente a pieno regime che lì, ad opera del distaccamento seravezzino delle forze hitleriane, le uccisioni non si contavano. Villa Henraux era un quartier generale di interrogatori e torture. Al comando nazista di Seravezza vi sono state fucilazioni il 29 luglio ’44, poi il 7 e quindi il 16 agosto. Queste date potrebbero però riferirsi ai certificati di morte e dunque i decessi esser distribuiti in modo leggermente differente in quella ventina di giorni tragici.
La striscia di questa tragedia a tappe inizia, secondo la testimonianza raccolta da Costantino Paolicchi in una pubblicazione nel 30° anniversario della liberazione della Versilia, il 29 luglio con la morte di un altro livornese: Virgilio Furi, 53 anni. Assassinato all'interno di villa Henraux insieme a Uria Viti, versiliese, dieci anni più giovane. Il partigiano Paolo Barberi racconta che i tedeschi avevano appeso appena fuori Seravezza due uomini: «Pendevano da una traversa inchiodata a due pali della luce e avevano un cartello sul petto con la scritta “Partigiani”». Li lasceranno lì finché non cadranno da soli per decomposizione: l’esposizione dei cadaveri impiccati – così come accadde fra Guasticce e Tripalle ai fratelli Mammarella e a Lorenzino Adorni, poco più di 60 anni in tre – era tutt'altro che rara e serviva per terrorizzare le popolazioni.
Il numero degli sfollati livornesi fra Versilia e Garfagnana era altissimo. Nell’eccidio più terribile di questa lunga scia di martiri, a Sant’Anna di Stazzema, si contino nove vittime livornesi. Sono gli appartenenti alla famiglia Tucci: mamma Bianca Prezioso, 38 anni, e gli otto figli, da Anna Maria (16 anni) a Maria (tre mesi). Babbo Antonio, ufficiale di Marina, li aveva portati lassù sui monti perché aveva paura che Livorno fosse troppo rischiosa sotto i bombardamenti alleati. Nel paese accanto era sfollato Elio Toaff, figlio del rabbino livornese: Michele Morabito, direttore del museo di Sant’Anna, ricorda che Toaff racconta come il giorno dopo l’eccidio sia arrivato nel piccolo borgo annientato dalla ferocia nazista.
Il prof. Cipollini segnala anche un altro episodio: riguarda il sottotenete Dante Lenci, marchigiano, appena uscito dal corso allievi ufficiali della Regia Marina all’Accademia navale. In tandem con i servizi di intelligence americani, dopo l’8 settembre fa il giro da Sardegna e Corsica per rientrare a Livorno sbarcando poco dopo il Natale ’43 alla Buca dei Corvi di Quercianella per portare una radiotrasmittente a Seravezza a ridosso delle linee nemiche. Lo nascondono in una casa di Antignano (non a caso Livorno gli ha dedicato un’area verde proprio lì, fra Marilia e il lungomare. È nelle segrete della Gestapo che conoscerà don Roberto Angeli, prete “ribelle per amore” contro il fascismo. L’imboscata di un gruppo di repubblichini consegnerà Lenci ai tedeschi che lo fucileranno a Bolzano a settembre ’44. —
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