Gioco
I morti qualunque del terrore nazista
Altro che conquista tranquilla, le truppe hitleriane lasciano una lunga scia di sangue anche da noi
Sbaglierebbe cioè chi s’immaginasse una sorta di quieta ritirata progressiva dei tedeschi che progressivamente arretrano verso nord. Era una guerra, mica un reality con Maria De Filippi. La riprova è il fatto che a Cecina a fine giugno ’44 e a Rosignano l’11 luglio successivo si combattono due violente battaglie (talmente terribili che Rosignano venne ribattezzata “la piccola Cassino”).
In quella sorta di stragismo pianificato con cui i nazisti hanno gestito la loro ritirata soprattutto in Toscana, anche qui dalle nostre parti – lo attesta l’ “Atlante delle stragi nazifasciste” realizzato dall’Anpi e dall’Insmli (Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia) – non mancano episodi come l’eccidio di Guardistallo (oltre 60 assassinati), il massacro della famiglia Ricciarelli a Solvay quattro giorni dopo e quello della famiglia Nocchi a Marittimo, solo per citarne alcuni.
L’ “Atlante” ha censito complessivamente 5.875 episodi di uccisioni a freddo (con 24.420 vittime): la Toscana è stata fra le regioni in cui la furia stragista ha colpito più forte e, se è vero che in altre zone si sono moltiplicati gli episodi, guai a credere che la provincia di Livorno ne sia stata esente. Figuriamoci: 17 episodi e più di cinquanta massacrati per generare terrore nella popolazione ostile.
Le ultime settimane prima della liberazione sono uno stillicidio di assassinii. Ad esempio, a Ardenza: il 21 giugno ’44 in via del Pastore viene ucciso lo stradino Pietro Volpi perché in orario di coprifuoco era sull’uscio di casa, sette giorni più tardi in va Ricci viene ammazzato Orlando Martini in fuga da un rastrellamento. Il venerdì successivo a Nugola Vecchia è un venerdì di via crucis: otto poliziotti guidati dal tenente Vittorio Labate: con lui vengono catturati, torturati e fucilati il vicebrigadiere Nicola Bucci e le guardie Giovanni Cannata, Francesco Citro, Washington Copernico, Orlando Marinai, Umberto Petrucci e Orlando Tonietto. Cinque giorni più tardi tocca lì vicino a un altro abitante della zona: Carlo Cavalli. In precedenza, a Vada solo per l’abnegazione di don Antonio Vellutini era stato evitato in extremis un eccidio già pressoché pronto, dopo aver ammazzato altre quattro persone.
Bisogna aggiungere al conto i partigiani morti combattendo. Soprattutto nelle ultime ore prima dell’ingresso dei partigiani e della Quinta Armata a Livorno: Ero Gelli sul Romito, Aldo Piccini al Castellaccio così come Feliks Bikonaki, Lanciotto Gherardi alla Malavolta (Gabbro) e, pochi giorni prima, Silvano Pizzi a Nibbiaia e Renato Pini a Quercianella. —
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