Gioco
Una profanazione che fa male ma Piermario vive in tutti noi
Lacrime di dolore, miste a rabbia, sono spuntate ieri quando si è diffusa la notizia del colpo
il ricordo
fabrizio pucci
Piermario Morosini vive, perché morire non è nulla. È il non vivere a essere spaventoso e chi ha rubato le sue maglie non vive: si limita a respirare. Stop: non ha cuore e dentro ha il deserto più arido. Il Moro invece c’è. C’è grazie all’amore che va in circolo non appena – da sotto il primo strato di pelle – affiora il suo ricordo. Quello è un amore infinito e purissimo, mai inquinato da gelosie o da qualsiasi altro meschino sentimento. Ed è condiviso perché abbraccia quanti lo hanno conosciuto senza conoscersi tra loro. Dai ragazzini della Polisportiva Monterosso di Bergamo, agli ultimi compagni di squadra e tifosi, quelli del Livorno, passando per i colori di Atalanta, Bologna, Udinese, Padova e Vicenza.
Lacrime solcano facce di ogni età al solo pensiero di quel livido pomeriggio pescarese. Lacrime di dolore, stavolta sì, misto a rabbia, sono spuntate ieri quando si è diffusa la notizia del furto delle maglie del Moro. Mani sporche, manichini senz’anima che di umano hanno solo le sembianze, nell’immenso vuoto pneumatico della loro inutile scatola cranica hanno concepito l’idea di prendersi quei numeri 25 dalla stanza presidenziale. Che impresa eroica! Ne sfuggirebbe il senso persino alle menti più contorte. Figuriamoci a quell’essere non senziente che ha commesso il furto e che non merita neanche il disprezzo universale: sarebbero energie dissipate inutilmente. E poi i sentimenti negativi non erano nello stile del Moro.
Il verbo ‘odiare’ non era presente nel vocabolario di Piermario. Lui, a poco più di 25 anni, aveva 25mila motivi per avercela con il mondo, con il destino, con il Cielo. Ma lui contro il Cielo urlava soltanto insieme a Ligabue: «Non si può sempre perdere, per cui giochiamoci: certe luci non puoi spegnerle. Se è un purgatorio è nostro perlomeno. Urlando contro il cielo!«. La storia della sua famiglia era stata punteggiata da lutti, tragedie, malattie: mazzate che avrebbero reso sabbia anche la roccia. Ma non lui. Niente e nessuno gli aveva tolto il sorriso, la voglia di correre dietro a un pallone, di progettare un futuro che il fato rese indefinito e irraggiungibile il 14 aprile del 2012. Oggi, nove anni e tre mesi dopo, questo furto fa male e riapre una ferita mal del tutto rimarginata. Livorno, i livornesi, a prescindere dal trascurabile dettaglio dei colori delle maglie trafugate, lo hanno vissuto nell’unico modo possibile: come una profanazione, di quella di è trattato. A chi non è capitato di fare un giro nelle stanze dello stadio, magari dopo una giornata felice, dopo una vittoria!? Alzare gli occhi e vedere le maglie del Moro trasportava in un’altra dimensione. Conferiva al successo un sapore più intenso, dava un senso più elevato al mero fatto sportivo. E in caso di sconfitta, quei numeri 25 affissi alle pareti regalavano la madre di tutte le motivazioni per andare a riprendere ciò che era stato perso. Piermario vive. Che si portino pure via le sue maglie: otterranno l’effetto di consolidare il legame con questo ragazzo che avrà per sempre 25 anni e un posto in prima fila nel cuore della gente di Livorno. —
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