Gioco
L’ultimo abbraccio a Valfredo Zolesi, l’ingegnere-diacono che sognava Marte
Né mestizia né ostentazione nella chiesa di Santa Lucia «Ha mostrato che Livorno può creare qualcosa per il mondo»
livorno. Niente catafalco né ostentazioni: la bara direttamente sul pavimento dinanzi al Crocifisso così schiantato dal dolore com’è quello di Banditella, sul coperchio solo il Vangelo aperto sul racconto della resurrezione (e un piccolo cuscino di fiori colorati). La chiesa di Santa Lucia, per quanto sia strapiena, non ce la fa a contenere l’abbraccio con cui amici e parenti hanno accompagnato nell’ultimo viaggio Valfredo Zolesi: classe ’48, è stata una straordinaria figura di scienziato-imprenditore che a Livorno ha creato dal nulla un'azienda aerospaziale che in 35 anni è arrivata a realizzare 107 missioni nello spazio (e a dar lavoro a 67 addetti, in gran parte laureati). Fino a diventare l’impresa privata numero uno in Europa sul fronte delle scienze della vita.
I familiari parlano di «ritorno alla Casa del Padre» per sottolineare che, con gli occhi della fede, il loro congiunto non è sparito nel nulla ma è solo «dall’altra parte del fiume» e li accompagnerà da quel Cielo che lui ha indagato nelle missioni spaziali della sua azienda. È per questo che la liturgia non insiste sulla mestizia ma è un canto corale. All’altare officia il rito una decina di sacerdoti, primo celebrante il nipote di Zolesi, don Francesco Valente dell’ispettoria salesiana così come salesiani sono don Felice Terriaca, don Alessandro Dui e don Santino Marcato; con loro monsignor Paolo Razzauti, vicario per la città, e poi don Piergiorgio Paolini e don Gino Franchi, don Giuseppe Coperchini e don Janusz Wozniak, con una folta rappresentanza di diaconi, a cominciare da Renato Rossi che ha aiutato il cammino di Zolesi (e da Fabio Pacchiani, genero di Zolesi, che ne sta proseguendo il percorso verso il diaconato).
Ci sono prof, manager e imprenditori che come Zolesi hanno fatto dell’innovazione il loro mantra (l’ingegner Paolo Dario e il costituzionalista Emanuele Rossi, entrambi prorettori del Sant’Anna, ma anche Darya Majidi e Francesco Petroni), c’è il direttore del Mascagni Festival Marco Voleri. Vorrebbe esserci il vescovo Simone Giusti ma è ko in un letto d’ospedale. Ma la presenza della Livorno delle istituzioni, delle rappresentanze e delle organizzazioni no: a quanto è dato vedere, fra le panche della chiesa si notano tutt’al più il consigliere comunale Salvatore Nasca e quello regionale Francesco Gazzetti, l’ex sindaco Alessandro Cosimi e il suo antagonista elettorale Marco Taradash. C’è invece la folla di quanti nelle varie parrocchie e nelle varie esperienze ecclesiali hanno conosciuto il diacono Zolesi anziché l’ingegnere-scienziato.
Le letture bibliche sono state scelte dalla famiglia: ad esempio, la lettera di Paolo a Timoteo («ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede»). Conservata, dicono i familiari, come la lettura preferita negli ultimi momenti di lucidità. Il nipote prete ricorda il messaggio ai ragazzi di casa («le nostre orme su Marte i vostri nipoti potranno vederle») ma mette insieme il “sognatore del cosmo” con l’uomo «attento alle sofferenze di chi fa fatica qui e oggi».
Sulla lettera a Timoteo batte anche Razzauti, amico di una vita («con Valfredo ci eravamo conosciuti da ragazzi a San Jacopo, poi ci siamo ritrovati a Antignano»). «“Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole”: quant’è attuale questo brano», dice don Paolo nell’omelia, segnalando quanto in Zolesi «l’esperienza religiosa sia andata a braccetto con quella della scienza». Poi aggiunge: «Veniva dall’Argentario, avrebbe potuto scegliere qualunque “high tech valley” del pianeta per insediare l’azienda aerospaziale e invece voleva dimostrare che a Livorno si poteva creare qualcosa da mandare nel mondo, anzi nel cosmo. Ci lascia un insegnamento: abbiate il coraggio di osare».
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Il saluto finale è nelle parole di David Zolesi, figlio di Valfredo e della moglie Nunzia, così come la sorella Sara: «Era un ricercatore di eccellenza, prima di tutto esigendola da sé stesso: dare sempre il meglio contando sulle proprie forze. A noi che restiamo il compito di continuare: con le nostre capacità, con le nostre debolezze, con le nostre forze». —
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