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Addio all’ingegnere che sognava Marte Valfredo Zolesi si è spento a 72 anni

Mauro Zucchelli
Addio all’ingegnere che sognava Marte Valfredo Zolesi si è spento a 72 anni

È stato il simbolo dell’innovazione e della voglia di pensare in grande: con la “sua” Kayser ha aperto una nuova frontiera

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Mauro Zucchelli

livorno. Valfredo Zolesi ha avuto mille sogni. Anzi, mille e uno. L’ultimo non ce l’ha fatta a coronarlo: vedere il primo astronauta metter piede su Marte grazie a uno dei tanti, tantissimi esperimenti che sono stati mandati nello spazio dalla “sua” Kayser. È l’azienda aerospaziale – ora nelle mani del figlio David insieme alla sorella Sara – che aveva fondato tanti anni fa rincorrendo un altro dei suoi sogni: partecipare alla grande esplorazione del blu dipinto di blu, quel cosmo che l’aveva stregato e, da prof del Nautico che era, l’aveva portato a rimettersi fra i banchi dell’università, a infilarsi nell’avventura di lavorare in proprio «con nient’altro che una “Olivetti Lettera 22” e un tecnigrafo» nell’angolo dello studio di un avvocato, come aveva raccontato al Tirreno.

Aveva compiuto 72 anni nel giorno di Ognissanti, si è spento ieri mattina dopo una lunga malattia. Non ce l’ha fatta a vederlo con i suoi occhi umani, ma con la sua capacità visionaria di prefigurare il futuro chissà quante volte l’ha fatto. Basti pensare agli innumerevoli bio-esperimenti che hanno conquistato alla Kayser la fama di numero uno fra le aziende aerospaziali private a livello europeo sul fronte delle scienze della vita: più che le macchine o le tecnologie, il problema principale per arrivare sul “pianeta rosso” è la capacità dell’organismo degli astronauti di reggere una missione di così lunga durata. Non è vero che, al rientro dai mesi sulla stazione orbitante, li vediamo portar via a braccia dalla navicella?

È l’effetto delle radiazioni cosmiche e della (quasi) assenza di gravità: tutte cose che la Kayser ha testato per anni e anni facendo attenzione alla fisiologia della mano, alle ripercussioni che la microgravità ha sulla capacità delle ossa di fissare il calcio, ai contraccolpi che le missioni di lunghissima durata nel cosmo possono avere sulla percezione sia cognitiva che sensoriale, alle alterazioni che mostra l’apparato neurologico e via dicendo…

Se n’è andato lassù nel giorno in cui sir Branson (Virgin) ha vinto la sfida con Jeff Bezos (Amazon) e con Elon Musk (Tesla) per essere il primo magnate a pagarsi il volo da astronauta. Il sentiero tracciato da Zolesi lontano dallo star system è più importante di tutte queste furbate del marketing: la sua è una delle pochissime aziende private che sono riuscite a mandare in orbita i propri esperimenti high tech lanciandoli tanto dalle basi Usa che da quella ex sovietica di Baikonur (così incredibilmente top secret che il nome è volutamente sbagliato dal punto di vista della collocazione geografica e ora la Russia ha preteso di continuare a governarla anche se è in territorio kazako). Non è tutto: la Kayser ha aperto una collaborazione anche con la Cina e i suoi “taiconauti” (così li chiamano loro).

Se n’è andato lassù, sì: fra le stelle. E questo ha mille rimandi per un uomo come lui che ha studiato il cosmo ma è stato anche uomo di fede. Non è un caso se la diocesi saluta con grande affetto questo ingegnere nato all'Argentario (Porto Santo Stefano), che era stato «tra i primi diaconi permanenti ordinati a Livorno». Proprio nei mesi scorsi – spiegano dal quartier generale della curia labronica – Zolesi aveva ricordato il trentesimo anniversario «da quel maggio ‘91 in cui il vescovo Ablondi lo aveva consacrato al servizio della Chiesa livornese». In primis nelle parrocchie di Santa Lucia ad Antignano-Banditella, di San Giuseppe a Nibbiaia, di San Leopoldo a Vada e poi negli ultimi anni alla parrocchia del Sacro Cuore (Salesiani).

A muoverlo non era però solo il fascino dell’assoluto e/o del cielo – siano essi con la maiuscola o con la minuscola – ma anche la ricaduta che se ne poteva ricavare in termini di progresso delle cure: «Le soluzioni che siamo costretti a sperimentare noi nello spazio facendo i conti con la microgravità valgono come una sorta di acceleratore di qualsiasi fenomeno degenerativo. Siamo come la Formula Uno: nel giro di 10-15 anni quelle innovazioni tecnologiche vengono ingegnerizzate per la grande scala industriale e te le ritrovi, più o meno, sull’Alfa Romeo o sulla Fiat parcheggiata all’angolo».

I familiari, gli amici e quanti hanno apprezzato le doti umane e professionali di Valfredo Zolesi potranno dargli l'ultimo abbraccio oggi alle 14,30 nella chiesa di Santa Lucia. —

Guarda gli articoli d’archivio e il cordoglio su www.il tirreno.it

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