Gioco
Leo Picchi ricorda babbo Armando: «Mi è mancato tantissimo ma ora ho capito che ci segue da lassù»
Il figlio delll'ex capitano dell'Inter ai bagni Fiume per la gabbionata in onore del padre, ha poi ripercorso le tappe della propria vita segnata dal peso del terribile lutto
LIVORNO. Leo se ne stava lì, in piedi, silenzioso, quasi impassibile, con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, tanto cara a Paolo Conte e alla gente di Genova, la città dove è cresciuto. Se ne stava lì, dietro la rete di recinzione, dentro l’abito blu, incurante del sole già estivo a fine maggio, soddisfatto ma assorto nei pensieri, in balìa di dolci onde color smeraldo spinte dal libeccio dei ricordi. E magari sul cemento rovente del “gabbione” dei Bagni Fiume in festa, ombelico del nostro mondo calcistico livornese, immaginava che ci fosse anche Lui, Armando, quel padre che tanto ama e che tanto poco ha conosciuto. Abbassa il suo sguardo di uomo buono, e conferma: «È vero, per alcuni attimi l’idea mi ha sfiorato; flash in bianco e nero sono transitati nella mia mente affollata di ricordi perché del resto questo qua era il regno di mio padre. L’ho immaginato tra Allegri, Protti e Bonaldi con quel suo bel sorriso che addolciva il suo viso sempre scavato dalla fatica; forse anche la fatica di dover essere campione» .
Due sedie, un tavolo, un po’ di quiete col sole al tramonto e Leo, 52 anni, parla, racconta, spiega, tira fuori dal suo cuore tutto ciò che avrebbe desiderato e non ha potuto avere da un padre portato via dalla malattia a nemmeno 36 anni. «Guarda, avevo appena compiuto due anni quando si consumò la tragedia e per tanto tempo in casa non si poteva parlare o fare domande perché mia mamma, rimasta vedova a soli 28 anni, iniziava a piangere ed anche ai miei nonni materni s’incrinava la voce per l’emozione, non ce la facevano a superare il dolore. Poi mamma per anni non uscì di casa, stava sempre in camera al buio dove le portavamo da mangiare. Uno strazio che ancora mi pesa nell’anima...».
«HO SOLO UN RICORDO»
Poi confida: «Sai, da ragazzino quando finivo di recitare le preghiere della sera pensavo sempre che mi sarebbe bastato qualche anno, solo il tempo di poter arrivare a poter avere la ragione sufficiente per poter parlare con mio padre, magari poter affrontare una di quelle conversazioni che ti donano insegnamenti profondi che ti restano dentro tutta la vita. Insomma, avrei voluto avere solo un po’ di tempo in più e adesso avrei qualche ricordo prezioso da poter custodire. Perché di mio padre ho un solo ricordo. Io e lui che siamo in un corridoio; mio padre che mi lancia una palla di pezza colorata, io che cerco di colpirla goffamente come fa un bambino di nemmeno due anni. Chiesi a mia zia Mity se era possibile e lei mi confermò che era vero e che giocavamo nel corridoio col pavimento di marmo nero della casa di nonna Lina in via Guerrazzi, a Livorno. Tutto qui: invece avrei voluto sapere come era il suono della sua voce, ma non quella delle interviste, un po’ tesa e misurata, ma quella che aveva quando parlava a mia mamma, a noi e ai suoi familiari» .
QUELL’ALBUM DI FOTO
La mancanza di un padre, la voglia di sapere e scoprire e la curiosità di bambino portavano spesso Leo nella stanza dei ricordi. «Nella casa dei miei nonni c’era una cassettiera grande, alta e di legno scuro piena di foto. E c’era anche l’album del matrimonio dei miei genitori: lo sfogliavo spesso per respirare un po’ d’aria di magìa. Sembrava tutto perfetto ed eterno invece finì tutto in pochi mesi... Poi c’era una bella foto che ci ritraeva noi tre, con mia madre Francesca in attesa di Gianmarco. Mi stavano insegnando a camminare, ero tra babbo e mamma ma avevo lo sguardo triste e un’espressione di disagio che mi è rimasta, come se già allora volessi con impazienza uscire da quel corpo di bambino e diventare adulto per parlare con mio padre, sentirmi dare dei consigli che mi sono mancati e mi mancano...» .
«INIZIAI A CHIEDERE»
Leo cresce, a Genova. Si diploma e si laurea in Scienze Politiche. Proprio prima di partire per uno stage presso il segretariato del Parlamento europeo fa, senza troppe illusioni, un colloquio per una posizione da web editor all’Inter. Dopo pochi giorni il sogno si avvera, rinuncia allo stage, ed entra a far parte dell’Ufficio Stampa nerazzurro. Dieci anni da addetto stampa, poi otto da responsabile dell’ufficio stampa. Adesso è project manager a livello editoriale del club. «Lì – spiega – c’è stata la svolta perché ho potuto apprendere tanto di mio padre da Facchetti e Corso, Bedin e Guarneri, Mazzola e Bellugi e quindi sono anche riuscito ad elaborare il lutto, perché venendo a conoscenza anche di sue paure o incertezze o fragilità, pur in mezzo a racconti di campo strepitosi, sono riuscito a vedere mio padre nella sua completezza di uomo e di padre, in un una dimensione più “avvicinabile. Ed ho anche realizzato che per il timore di rattristarci a vicenda, di nostro padre avremmo dovuto parlarne di più; con mia madre, i miei nonni e tra noi fratelli; forse avremmo dovuto pensare che prima o poi avremmo potuto riabbracciarlo cristianamente nella vita eterna; invece travolti dal dolore si restò come sospesi, quasi impossibilitati a respirare, ad andare avanti» .
IL MALE, il PADRE DA LASSU'
Ma la vita aveva in serbo un altro ostacolo. Molto alto. Leo ha 34 anni quando inizia a sentire dolori al collo e formicolii agli arti. La diagnosi è grave: ependimoma midollare una malattia per certi versi simile a quella che suo padre Armando ebbe praticamente alla stessa età e che lo portò alla morte. Per salvarsi occorre un intervento al midollo ma c’è il pericolo di restare paralizzato. «Il presidente Massimo Moratti mi stette molto vicino e mi mandò da un luminare, il neurochirurgo Giovanni Broggi, dell’Istituto Besta di Milano. Entrai in ospedale in estate e uscii a dall’Unità Spinale di Niguarda qualche giorno prima di Natale, ora sono trascorsi 18 anni da quei giorni. Ma è stata dura riprendere la funzionalità degli arti però quella fase difficile mi ha fatto tirare fuori una grinta che non pensavo di avere ma evidentemente è quella che aveva mio padre, che magari mi ha anche guidato da lassù, si mi piace pensare che mi abbia guidato. E adesso di lui ne parlo continuamente in famiglia. Negli anni, la sorella di mio padre Mity, che purtroppo ora non c’è più, mi ha fatto scoprire il lato più profondo e spirituale quello di un Armandino bambino chierichetto e giovane aspirante calciatore all’oratorio di don Vellutini a Vada, poi amorevole fratello minore e in segreto benefattore di tante persone in difficoltà» .
GLI ZII LEO E MARIO
Una famiglia unita. «Ho visto tante volte l’amato zio Leo, di cui porto il nome con fierezza, commuoversi, specialmente gli ultimi anni della sua vita, dinanzi alle foto del suo fratello minore che non c’era più e che avrebbe voluto proteggere e salvare in qualsiasi modo da un destino crudele. E lo stesso avrà provato mio zio Mario. Non ho mai trovato il coraggio ma a loro avrei voluto dire: “Zio perché sei triste? In fondo di Armando ne hai condiviso l’amore per oltre trentacinque anni. Ti stimava, ti ammirava ti voleva tutto il bene del mondo e un po’ di te viveva in lui grazie ai tuoi insegnamenti, devi esserne felice» .
UN SOGNO: LIVORNO
Da qualche tempo Leo cerca un appartamentino a Livorno, la moglie londinese Armorel è d’accordo. «Il sogno voglio realizzarlo perché quando vengo qui sto bene, mi sento sereno. E poi rispetto a Genova il mare si vive di più e i tramonti si ammirano meglio, si vivono pienamente. E poi mi sento vicino a mio padre che poco prima di morire aveva fatto costruire una bella villa sulla strada per Montenero. Sono riuscito a contattare i proprietari che me l’hanno fatto visitare, facendomi rivivere dei ricordi perché dopo il lutto ci tornammo per una estate. Ho Livorno nel cuore, ci torneremo.» .
TESTIMONE AI MIEI FIGLI
Un’altra confessione, l’ultima di Leo. «Tutto il vuoto di cui ho sofferto per oltre trent’anni adesso è stato colmato dall’amore di mia moglie Armorel e dei miei figli Lorenzo 17 anni e Federico quasi 15. Li ho mandati alla scuola-calcio del nostro ex campione nerazzurro Esteban Cambiasso ma niente da fare: la scintilla col calcio non è scoccata. Ma la scintilla però è scoccata per il loro nonno: sanno bene chi era, ne conoscono la grandezza. E spero davvero che da lassù, mio padre, possa gonfiare il petto ed esclamare con orgoglio: “Oh, ma li vedete? Quelli sono i miei due nipoti!” » . —
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