Il Tirreno

Livorno

I cento anni di Musante, un libro di preghiere lo salvò dalla bomba contro la sinagoga di Livorno

Mauro Zucchelli
I cento anni di Musante, un libro di preghiere lo salvò dalla bomba contro la sinagoga di Livorno

A tu per tu con papa Francesco per invitarlo a ripristinare la festa della circoncisione di Gesù: «Ne riscoprireste le radici ebraiche»

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livorno. Cento candeline sulla torta di compleanno di Nereo Musante: lo ricorda il magazine della comunità ebraica romana, lo annuncia il profilo social del Centro di cultura ebraica. Ma questa non è solo l’occasione per fare gli auguri a un centenario un po’ speciale. Talmente speciale e fuori dagli schemi che nel 2016 le cronache raccontarono del suo mettersi a tu per tu con papa Francesco nel corso della visita del pontefice alla sinagoga di Roma. Dev’essergli rimasto nelle vene qualcosa dello spiritaccio labronico: Musante è nato nella nostra città nel maggio ’21, poche settimane dopo la nascita del Partito comunista e il congresso della Cgil, e proprio negli stessi giorni in cui nel nuovo collegio elettorale aggregato a Pisa avverrà il controsorpasso da parte del blocco anti-socialista che prelude alla svolta fascista.

La storia di quest’uomo è fuori dagli schemi. Non stiamo ricordando un anziano ex deportato scampato alla Shoah: semmai ha rischiato di morire per qualcos’altro, ma molti anni dopo. Gli anni della guerra non sono stati facili per nessuno ma Musante apparteneva a una famiglia cattolica livornese: non aveva dunque da temere la persecuzione anti-ebraica del regime fascista. Ma i casi della vita lo portano a contatto con Elio Toaff, nato sei anni prima di lui: a un certo punto la famiglia Musante va a abitare nel palazzo di proprietà della Comunità ebraica in cui abitano anche i Toaff, la famiglia del rabbino Alfredo Sabato Toaff, padre di Elio.

Musante è ancora giovane quando la sua famiglia si trasferisce a Roma ed è a Roma che affronterà il dramma della guerra: fino al Concilio è ancora formalmente nell’arcipelago dei tanti pezzi del mondo cattolico, ma è sempre più forte il fascino che avverte da parte dell’ebraismo. Ma i legami con il nostro mondo labronico restano: basti pensare al fatto che ritroverà l’amico Toaff negli anni dell’università a Pisa, basti ricordare i legami di amicizia con la famiglia del rabbino Bruno Polacco. Diventerà poi ebreo a tutti gli effetti – come ricordano dal quartier generale della comunità ebraica romana – nel 1984 «dopo un lungo percorso di “ghiur”» (cioè la procedura per arrivare alla conversione) Musante arriva a fare il grande passo della conversione vera e propria «con il nome Israel Ben Avraham».

Ma già due anni prima era accaduto qualcosa di terribile e straordinario che aveva accelerato il cambiamento della sua vita. Nereo Musante il 9 ottobre 1982 è fra i più gravi fra i 37 feriti nell’attentato terroristico che colpisce la sinagoga di Roma in occasione della celebrazione di “Sheminì Atzeret”, che comprende una benedizione dei bambini: muore un bambino di due anni, Musante si salva perché ha in tasca il “siddur”, un libro di preghiere ebraiche che viene sforacchiato dalle schegge delle bombe lanciate mentre lui stava uscendo dalla sinagoga insieme ad altri ebrei. Adesso quel libro è esposto al museo ebraico romano.

È però forse qualcos’altro a darci la dimensione di questo livornese diventato una figura dell’ebraismo italiano: è il modo con cui ha accolto papa Francesco nella visita nel gennaio di cinque anni fa, la terza di un pontefice al tempio maggiore degli ebrei nella capitale della cristianità. Già dietro la storica visita di papa Wojtyla nella primavera di un quarto di secolo fa c’era uno zampino assai labronico: erano stati Elio Toaff, livornese, grande rabbino della comunità romana, e l’allora vescovo Alberto Ablondi ad aver intessuto una amicizia personale in grado di spianare la strada poi alla diplomazia vaticana.

Nel 2016 non è più uno strappo dire che gli ebrei sono i “fratelli maggiori” dei cristiani. Figuriamoci poi con uno come papa Bergoglio che arriva lì senza macchinoni da capo di stato bensì con una Ford blu qualsiasi. L’accoglienza da parte dei vertici dell’ebraismo romano porta il pontefice davanti alla lapide dei deportati del ’43 e nel luogo in cui avvenne l’attentato del 1982. È proprio Musante a farglisi incontro come un vecchio amico: lo abbraccia e gli chiede di rimettere nel calendario la festività della circoncisione di Gesù Cristo. Sarebbe un modo – gli dice – per mettere mettere l’accento sulla radice ebraica di Gesù. Aggiungendo poi: «Sarebbe bellissimo, no? E comunque, caro Francesco sei una persona speciale: ti vogliamo bene». —

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di Redazione web