Il Tirreno

Livorno

economia e infrastrutture 

L’interporto di Livorno ora fa utili record e pensa in grande (e “verde”)

Mauro Zucchelli
Uno degli ingressi all’interporto di Guasticce
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Uno degli ingressi all’interporto di Guasticce

All’inizio era una voragine di debiti e guai, adesso Guasticce è la “pianura d’oro” fra reindustrializzazione e retroporto. Al via il nuovo polo delle merci surgelate

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GUASTICCE. Altro che araba fenice che risorge dalle ceneri: l’interporto di Guasticce ha rischiato per anni di essere l’emblema di una grande potenzialità declinata al futuro che però al presente è una voragine di debiti e guai. Del resto, non era semplice trasformare in piana industriale un terreno subsidente, fragile come una pappetta di fango: non sono forse Stagno, Guasticce e Paduletta i toponimi di questa zona? Non è forse vero che lì accanto ci sono gli 89 ettari dell’Oasi della Contessa, la riserva naturale composta dal Padule di Suese o dallo Stagno di Biscottino?

Eppure ora, nella Livorno della crisi e della deindustrializzazione, è il “polmone” degli insediamenti produttivi che garantisce ai livornesi, in tandem con le imprese nell’attigua area ex Cmf, lo spazio che vale come posti di lavoro quanto il porto. L’interporto – la cui società è presieduta da Rocco Guido Nastasi con Angelo Roma vice – da solo ospita «una sessantina di aziende che generano circa 40 milioni di euro di Pil», come dice l’amministratore delegato Bino Fulceri nel bilancio sociale in cui citando il recente studio Irpet ricorda che la ricaduta occupazionale è di «621 unità di lavoro».

E se per tutti il 2020 è stato l’anno dei guai da Covid, da queste parti invece si può dire che è stato l’anno in cui, come ricorda Fulceri, si è completata la svolta: è arrivato in porto la ristrutturazione aziendale con la firma della convenzione con le banche e si è concretizzato finalmente l’aumento di capitale da parte dell’Authority (che rende Palazzo Rosciano l’azionista-guida e affida all’interporto il ruolo di retroporto, una sorta di “banchina lunga” a sostegno del porto).

Una svolta, dice Fulceri, che è stata costruita su una serie di tasselli. Uno: è il quarto anno che i conti hanno il segno “più” (e stavolta l’utile è a quota 4,3 milioni di euro). Due: si è irrobustito il patrimonio netto fino a raggiungere i 33,5 milioni, raddoppiato negli ultimi otto anni (con un balzo del 45,6% nell’anno della pandemia). Tre: anche grazie alle vendite effettuate, si è ridotto l’indebitamento verso le banche scendendo a 28,7 milioni, dimezzando in un triennio (con una riduzione del 44% lo scorso anno). Quattro: i capitali dell’istituzione portuale e l’uscita del Monte Paschi hanno ridisegnato la compagine azionaria, con Amco, la società del ministero dell’economia, al 31,5%, l’Authority al 30,3%, la Regione Toscana al 18,2%, la Camera di Commercio al 4,5%, il Comune di Livorno al 4%, la Provincia all’1% e il Comune di Colle poco sotto, con Mercitalia Rail che ha quasi mezzo punto percentuale, il resto è suddiviso fra una galassia di soggetti con percentuali poco più che simboliche.

Il risanamento della società interportuale è però solo la prima metà di quel che è successo. Come anticipato dal Tirreno, sono in dirittura d’arrivo i lavori della nuova struttura per accogliere merci surgelate (fino a meno 30 gradi) in vista di un polo del freddo che copra il fabbisogno delle diverse gradazioni di “sotto zero” sotto il segno della trigenerazione per produrre, insieme al fotovoltaico, energia elettrica “verde”.

Nella sua relazione del primo bilancio sociale della società, Fulceri indica che ci si sta muovendo in direzione dell’obiettivo di rendere l’interporto «autonomo dal punto di vista energetico e quindi in grado di produrre il 100% dell’energia consumata».

L’abbiamo presentato come un polo di freddo/fresco in grado di ampliare le tipologie di traffico in cui il nostro porto si qualifica come riferimento anche al di là dei confini regionali. Non basta: in ballo anche l’iter per l’appalto del “villaggio” per i camionisti, cioè uno spazio chiuso e sorvegliato in cui gli autotrasportatori, contando anche su una foresteria, possono restare con i loro mezzi in attesa del semaforo verde per entrare in porto senza inutili incolonnamenti.

Quanto alle prospettive a più lunga scadenza, il dossier mette in fila anche l’avvio delle procedure che puntano a espandere verso sud l’area in mano all’interporto: il dialogo con il Comune di Collesalvetti così come con la Spil e la società Rfi (gruppo Fs) mirano anche allo sviluppo del terminal ferroviario.

Già, perché la ferrovia non può essere solo un binario triste e solitario. L’ente ferroviario, da un lato, ha aggiudicato di recente l’appalto per realizzare lo “scavalco” che metterà in collegamento direttissimo porto e interporto; dall’altro, in nome dell’intesa con Regione e Authority, Rfi sta mettendo nero su bianco il “Progetto Raccordo”. È la chiave dei prossimi anni: la Darsena Europa lato mare deve servire a far imbarcare e sbarcare più container, ma c’è bisogno di una forte ferrovia lato terra per evitare l’ingorgo sulle banchine. —

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