Il Tirreno

Livorno

la denuncia 

«Babbo è morto dopo aver preso tre infezioni dentro l’ospedale»

«Babbo è morto dopo aver preso tre infezioni dentro l’ospedale»

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LIVORNO. «In ospedale mio padre ha contratto il Covid, il New Delhi e un’altra infezione. E alla fine, dopo 90 giorni di ricovero, non ce l’ha fatta».

La denuncia porta la firma di Donald Mannucci. Suo padre Roberto, livornese, classe 1944, è morto la sera di giovedì al 6° padiglione secondo piano.

Mannucci ha chiamato il Tirreno e ha voluto raccontare il suo dramma. «Mio padre era un soggetto fragile, certamente. Aveva problemi di cuore e non solo. Ma quei batteri e quel virus hanno aggravato la situazione. Mi chiedo: sarebbe ancora in vita senza aver preso quelle infezioni? Forse sì e ciò conta molto».

«Per questo – aggiunge – voglio portare la mia testimonianza: per onorare le sofferenze di un paziente e degli altri che hanno avuto esperienze simili, in modo che qualcuno si muova per evitare che i più fragili continuino a correre il rischio di contrarre infezioni tra le mura ospedaliere».

La storia di Roberto Mannucci inizia il 2 gennaio: «Babbo sta molto male, respira poco. Lo porto in ospedale, dove lo sottopongono al test Covid. È negativo. Viene portato al 6 padiglione per un versamento polmonare. Il 6 gennaio, a causa di un focolaio in reparto, viene trasferito al 5° terreno adibito a padiglione di emergenza. È ancora negativo, ma il 14 gennaio diventa positivo. Viene portato al reparto Covid dove rimane fino all’8 marzo. Il 9 marzo finalmente torna a casa dopo essersi negativizzato, ma con una colonizzazione di New Delhi».

Mannucci resta a casa un mese. «Dal 9 aprile - racconta il figlio – inizia di nuovo a stare male: ha febbre, testicoli gonfi. Il medico curante ci dice che potrebbe essere un’infezione, lo cura con antibiotici. Il 15 aprile torna in ospedale, dove mi dicono che il problema è ancora il versamento ai polmoni molto probabilmente sovraccaricato dal Covid che gli aveva portato una polmonite. Ha anche un’infezione nel sangue, è ancora il New Delhi».

Per Mannucci iniziano altri giorni duri. «I medici mi dicono che mio padre, nonostante sia un soggetto fragile, sta combattendo e reagendo bene, tanto che potrebbe tornare a casa presto. Mi parlano di fine mese, il 30 aprile. Purtroppo però il 20 aprile c’e un’altra fuga di Covid e babbo viene trasferito di nuovo al 5° terreno per un’altra quarantena. Il 29 vengo chiamato da una dottoressa che mi garantisce che il giorno dopo mio padre sarà dimesso e sarò contattato per il trasporto a casa in ambulanza».

Ma non è così. «Il 30 mattina vengo chiamato dal medico che mi dice che mio padre nella notte ha avuto un aggravamento delle condizioni ed è in pericolo di vita. Da questo momento le cose si fanno più difficili. Il 30 aprile alle ore 23 mi chiama un dottore che mi dice che mio padre sta malissimo. Chiedo come sia possibile visto che il giorno prima doveva tornare a casa, mi risponde che non era in programma alcuna dimissione, visto che aveva in corso una sepsi per un’infezione delle vie respiratorie».

Il racconto continua: «Sempre il 30 aprile mi dicono che c’e stato ancora un caso di Covid e mio padre se in vita dovrà fare ancora una quarantena. Il primo maggio mio padre è vigile, ma il 2 ci chiamano dal fantomatico 5° padiglione, dove i medici non sono di stanza ma devono andare appositamente. Dal 2 maggio purtroppo babbo torna incosciente. Finalmente riesco a parlare con il primario che con gentilezza lo trasferisce al 6° dove tentano le ultime cure, fino alle 21.45 di giovedì quando mio padre passa a miglior vita togliendosi da ogni sofferenza». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web