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Dai campetti alla Coppa Uefa: trent'anni di Livorno calcio, sempre fieri di noi
Dall’inferno al paradiso e ritorno con il giro di boa e metà esatta del cammino, nel 2006. È stato un viaggio lungo sei lustri. Nel 1991 l’ultima volta tra i Dilettanti. C’era un altro fuoco che ora va riacceso
LIVORNO. 1991-2021: trent’anni di navigazione dall’inferno al paradiso e ritorno con il giro di boa e metà esatta del cammino, nel 2006. È stato un viaggio lungo sei lustri, volati via in un soffio come questo sgualcito, ma immarcescibile fiore amaranto lasciato solo nella tempesta da dirigenti indegni e senza scrupoli.
E guarda caso infernale era il caldo del primo agosto 1991 a Piazzale Montello quando più di duemila tifosi attoniti furono raggiunti dalla notizia che per la prima volta apriva le porte del dilettantismo al glorioso Livorno, quello due volte vicecampione d’Italia (1920 e 1943). Club escluso dalla C2 e poi per gentile concessione ammesso al neonato campionato di Eccellenza regionale, imbarazzante categoria cuscinetto tra serie D e Promozione. Quel giorno a Piazzale Montello, però, c’era qualcosa che oggi manca: il germe della rinascita. Duemila tifosi di tutte le età pronti a riannodare il filo della storia.
Merito di quella generazione che il secondo posto del ’43 l’aveva visto davvero e che vivevano nel ricordo del ’49, ultimo campionato in serie A o del ’72, anno dell’addio alla serie B. Erano stati loro a tramandare ai loro figli nati negli Anni ’60 e ’70 l’ideale amaranto. Nel ’64 è nato Enio Bonaldi, nel ’75 Cristiano Lucarelli due tifosi-giocatori che hanno fatto la storia della società, Oggi no. Chi aveva quindici o vent’anni nel ’91 ha fallito perché adesso il Livorno – vigente normativa anti-Covid a parte – è Il Livorno è sprofondato nell’ade del calcio accompagnato dal peggiore dei non sentimenti: l’indifferenza, mascherata solo da fiele e frustrazione social degli adulti mentre i giovani sono lontani.
Nel ’91, invece il cuore amaranto tornò a battere grazie al ds Roberto Tancredi che pagò di tasca buona parte della cifra necessaria per l’iscrizione al campionato. “Luoghi dei nostri cimenti, teatri del nostro valor” i campi sterrati, quelli che dietro le porte al posto dei cartelloni pubblicitari avevano la biancheria stesa ad asciugare. Ma che importava: il Livorno vinceva, vinceva e vinceva ancora. In principio fu Walter Cardinali: suo il gol partita al debutto in Eccellenza a Volterra, 45 giorni dopo l’addio ai professionisti.
Su quel mattone il Livorno ha edificato la propria rinascita. L’ascesa verso l’Eden del calcio fu difficile. Irta di ostacoli, di trabocchetti. Bastoni proditoriamente inseriti tra le ruote amaranto da chi avrebbe dovuto rilanciare la società. Nel ‘92 ecco un altro fallimento, perché il Livorno di Caresana in Eccellenza era un gigante con i piedi d’argilla. A salvare il vessillo intervenne Claudio Achilli che finalmente dette solidità economica al club. Che anni quelli! C’era un presidente appassionato e generoso, una tifoseria senza eguali, eppure la squadra non riusciva a cavare un ragno dal buco: dal ’93 al ’96 furono quattro consecutive le promozioni sfumate d’un soffio.
Roba che avrebbe stroncato qualsiasi popolo, ma non quello amaranto. Vogherese, Gualdo e Pontedera, Castel di Sangro di Jaconi e, nella drammatica finale di Ferrara, la Fermana spezzarono le ali dei livornesi, ma non la loro voglia di volare. E il volo fu spiccato a Reggio Emilia contro la Maceratese sotto gli occhi di 15mila livornesi. Erano i tempi delle file al botteghino durante la settimana e ai cancelli dello stadio il giorno della partita. Del pranzo sugli spalti. Ma che possono saperne i Millennial!
Nel ‘98 lo squadrone di Stringara, lanciato verso la serie B fu fermato da oscure manovre e dalla Cremonese in una controversa finale, ultimo atto della gestione Achilli, e antefatto dell’avvento di Spinelli. Aldo Spinelli, l’uomo del nadir e dello zenit. Della provvidenza e della fatiscenza. Delle scelte geniali di allenatori capaci (Jaconi, Mazzarri, Donadoni, Nicola) e di quelle cervellotiche (Mutti). Il presidente sotto la cui gestione si sono verificati eventi storici. Il ritorno a casa di Igor Protti, il Signore delle Reti, l’icona sacra più importante della storia del Livorno che con i suoi gol e il suo esempio di uomo fu capace di ridare la speranza e poi la certezza del ritorno in serie B dopo 30 anni.
E nel modo – eticamente inaccettabile – con cui Protti, tornato da dirigente fu costretto a lasciare il Livorno nel 2019 – ci sono tutte le contraddizioni di questi ultimi 22 anni.
Con Spinelli al timone la maglia amaranto è tornata in serie A dopo oltre mezzo secolo trascinata da Re Igor e da Cristiano Lucarelli, vendicatore del suo popolo per decenni emarginato dal grande calcio. Il giro di boa l’8 gennaio 2006: il Livorno vince 2-0 in casa della Sampdoria e si issa al quinto posto in serie A dietro Juve, le milanesi e la Fiorentina. Un mese dopo Spinelli ‘dimissiona’ il tecnico Donadoni. La squadra si qualifica per la Coppa Uefa. Per la città è una festa. Per il presidente una iattura. Il rapporto inizia a logorarsi. Ci sono i sussulti del 2009 e 2013 (promozioni in A, con immediate retrocessioni), altri uomini simbolo (Diamanti, pure lui scaricato come una zavorra ingombrante ferro vecchio, in modo anche umanamente inaccettabile) ma ormai la china intrapresa è quella del declino. Sui campi di polvere era, sui campi di polvere è ritornato, ma un giorno il Livorno rinascerà. —
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