Il Tirreno

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144 anni del Tirreno / 1976: quando provarono a chiudere il giornale (senza riuscirci)

Mauro Zucchelli
144 anni del Tirreno / 1976: quando provarono a chiudere il giornale (senza riuscirci)

Il giornale era stato salvato un anno prima del centenario: in prima pagina il titolo “Non ce ne andremo” 

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Diceva un vecchio direttore che un cronista deve raccontare senza essere troppo ingombrante sulla scena perché, se i riflettori se li prende lui, tutto il resto sta al buio. Però non sarebbe piaciuta neanche a lui una cronaca che fosse solo uno sciapo resoconto notarile, più noioso del verbale dell’assemblea di condominio. Viene poi il giorno in cui il giornale non si limita a raccontare le notizie ma è la storia. Anzi, fa la storia. E allora deve raccontarlo alla sua comunità: perché un giornale è di chi lo produce ma anche di chi l’ha scelto per leggerselo e utilizzarlo come quotidiano compagno di viaggio per lambiccarsi il cervello e decifrare il mondo. Senza tirarla in lungo con la prosopopea, semplice come bere il caffè la mattina per svegliarsi e mettere ordine nei pensieri.

“Fare la storia” anziché solo riferire le notizie: è capitato anche a noi del Tirreno. Proprio in vista del centenario, il 1977. Macché brindisi, tartine e bigné, era l’inizio dell’estate ’76 e c’era da mettersi a lottare per la sopravvivenza del giornale che, partendo dalle proprie radici sulla costa, voleva guardare con un altro occhio alla Toscana e raccontarla alla sua gente. Un’anomalia: è la periferia della regione che si mettere a parlare invece che starsene zitta a masticare amaro. Un’anomalia anche nell’editoria dei quotidiani italiani: eccezion fatta per la Nuova Sardegna di Sassari e in certo modo per il Messaggero Veneto di Udine, non esistono quotidiani che nascano fuori dalla “capitale” di questa o quella regione e abbiano la sfrontatezza di diventare la voce che vuol parlare alla regione intera o quasi.

Quella storia è fatta di una generazione di giornalisti, tipografi e amministrativi che si erano ritrovati a fare i conti con un editore che voleva chiuderne la voce. Il primo capitolo di questa storia è l’annuncio degli emissari dell’editore che arrivano a tirar giù la saracinesca: prima chiudendo il numero del lunedì e poi una sfilza di edizioni locali, salvo poi due mesi più tardi chiudere e licenziare tutti, saluti e baci. Ma basta girare pagina e il secondo capitolo lo scrivono i lavoratori: il loro “no” lo scrivono a tutta pagina il 20 luglio ’76 perché il giornale è una proprietà privata ma non è una proprietà esclusiva che imprigiona ogni diritto. Risultato: occupano il giornale e dal 1° agosto ’76 si mettono a farlo da soli in autogestione, come se fossero rinchiusi in un fortino per difendersi dal loro editore. In realtà, è proprio questo che al contrario spalanca le porte della città che lo abbraccia per proteggerlo dalle mani altrui.

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Nel febbraio ’77 la decisione del giudice sembra segnare la fine di tutto: è di fatto l’apripista per l’operazione di sgombero forzato. La risposta è un titolone: “Non ce ne andremo”. Ma quelle parole di quella generazione di nostri colleghi potevano rischiare di rimanere una bella testimonianza di coraggio civile se non ci fosse stata la città di Livorno attorno: «Useremo ogni mezzo» per difendere il “nostro” giornale, dirà il sindaco comunista di Livorno, Alì Nannipieri. “Grigio”, dicevano di lui, livornese fin nel midollo eppure col certificato di nascita datato Pisa (anzi, “Bagni di San Giuliano”). Era anche funzionario di partito, ma soprattutto era uno di un rigore severo. Magari di poche parole, che però quando le adoperava pesavano come macigni. E soprattutto erano impegni, mica chiacchiere e distintivo. Chissà se quando disse “ogni mezzo” si immaginava di arrivare a usare nientemeno che lo strumento della requisizione: mai nessuno l’aveva fatto prima e mai nessuno lo farà poi. Era fine febbraio ’77, un sabato 26, e quel “grigio” sindaco-funzionario fece la cosa più straordinariamente colorata: prima che del diritto dei giornalisti e dei tipografi a lavorare, parlò del diritto di voi lettori di essere informati. E non in astratto secondo la logica chiacchierona dell’ “occorre bisogna necessita” di cui sono lastricate le vie dei comunicati: fece l’ordinanza e stop.

Di lì a pochi mesi Il Tirreno avrebbe ritrovato quel coraggio della discontinuità che aveva affermato già con Athos Gastone Banti il 28 gennaio ’45: mancava tutto in quella Livorno col porto devastato, le industrie distrutte e le case crollate. Eppure c’eravamo: con i refusi e gli sbaffi d’inchiostro ma c’eravamo. E il 16 giugno ’77, prima ancora di essere acquisiti dal gruppo Caracciolo, con le forze di una cooperativa stremata da mesi di nottate in bianco e senza la certezza di arrivare a dopodomani, avevamo rispolverato l’orgoglio di quella testata: c’eravamo. Eccoci. —

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