Gioco
Morto nel fosso a 25 anni, la rabbia in piazza e le accuse ai poliziotti: «Dovete dirci com’è davvero morto Fares»
Livorno: tensione al sit-in di protesta della comunità tunisina per il giovane annegato dopo che stava scappando dagli agenti. L'incontro col questore riporta la calma
LIVORNO. La scintilla scatta all’improvviso, quando la manifestazione organizzata dalla comunità tunisina (e autorizzata dalla questura) sembra scorrere in modo completamente pacifico. Da una parte – proprio sopra l’ingresso del voltone di piazza della Repubblica dove sabato 24 aprile, fuggendo dalla polizia, è annegato e morto a 25 anni Fares Shgater – ci sono i suoi amici e connazionali, che hanno acceso i lumini e pregano per lui. Esponendo, allo stesso tempo, striscioni offensivi verso le forze dell’ordine dopo aver imbrattato il muro sotto alla spalletta con frasi che accusano la polizia di razzismo. Dalla parte opposta, oltre le camionette e gli agenti in tenuta antisommossa, una decina di simpatizzanti della Lega, fra cui il consigliere comunale Alessandro Perini, che ha indetto una contromanifestazione in solidarietà delle forze dell’ordine.
I DISORDINI
Sono le 16.15 di lunedì 26. Lo scenario cambia. Il gruppo, fino a quel momento assiepato sul marciapiede sopra l’ingresso del tunnel, si muove e intona cori offensivi verso la polizia. «Celerino, celerino, assassino». Ce l’hanno con gli agenti, ma si dirigono verso gli attivisti della Lega. Le forze dell’ordine, a fatica, riescono a fermarli. Ci sono digos, reparto mobile, carabinieri e municipale. Una cinquantina, all’incirca, i manifestanti. La maggior parte tunisini, ma ci sono anche senegalesi e italiani. Dopo pochi minuti la situazione sembra calmarsi e la polizia evita il contatto con i simpatizzanti del Carroccio.
LA RABBIA
«Vogliamo sapere la verità, cerchiamo la verità», dice uno dei leader della comunità tunisina livornese, Adam Klai. «Noi non rimaniamo zitti, chiediamo giustizia per questo ragazzo perché non è possibile che si sia buttato nel fosso», aggiunge Sofian Ben Alì. Molti di loro conoscevano Shgater. Era in città da cinque mesi, poco prima era arrivato su un barcone dalla Tunisia, sbarcando in Sardegna. E prima di arrivare a Livorno era rimasto ospite in un centro temporaneo a Cagliari. «Era un ragazzo tranquillo, bravissimo, molto educato. Aveva tanta voglia di integrarsi e imparare l’italiano», dice l’amica Lucrezia Sulova. «Ho chiesto e ottenuto io l'autorizzazione per il corteo dalla questura perché vogliamo giustizia», chiosa Aicha Houidi.
FORZATO IL CORDONE
Un attimo dopo i manifestanti, forzando il cordone della polizia, si dirigono in piazza del Municipio attraverso viale degli Avvalorati. È il caos. Il traffico va in tilt, una ventina di persone blocca il traffico davanti al Comune. Esplodono bombe carta, vengono accesi fumogeni e lanciati fuochi d’artificio. Poi il gruppo tenta l’assalto alla questura: «Vogliamo la verità, non è potuto morire così Fares». I funzionari della polizia, insieme agli agenti in tenuta antisommossa, riescono a fare tutti all’incrocio con via Pieroni. Un ragazzo, forse per paura, ha un malore. Sviene. Viene subito soccorso da un’ambulanza della Svs, è in buone condizioni per fortuna. Mentre tre manifestanti, fra cui Adam Klai, ottengono l’incontro con il questore Roberto Massucci.
TORNA LA CALMA
Verso le 18, due ore dopo l’inizio della manifestazione, torna la calma. I tre, dopo un colloquio di mezz’ora, tornano in piazza del Municipio e riferiscono agli altri della conversazione: «Il questore – dice Klai – ci ha detto che c’è un’inchiesta in corso e dovremmo tutti aspettare l’esito dell’autopsia. Ci ha detto che se sono stati commessi degli errori, lui interverrà. Domani (oggi per chi legge ndr) il nostro avvocato andrà dal magistrato che coordina l’inchiesta per visionare i filmati. Vogliamo sapere come è morto Fares».
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