Il Tirreno

Livorno

Le celebrazioni del 25 aprile 

«Come 76 anni fa dai nazisti oggi la liberazione dal Covid»

«Come 76 anni fa dai nazisti oggi la liberazione dal Covid»

Dal sindaco stoccata ai consiglieri di destra per aver disertato la cerimonia Niccolai (Anpi): la politica sia più umile e lasci spazio alle giovani generazioni 

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livorno. A distanza di 76 anni il nostro Paese si ritrova a costruire una nuova stagione: allora i morti «in cinque anni di guerra furono poco meno di 500 mila, oggi in un anno di Covid sono 116mila». Non solo: il tessuto sociale del Paese era in difficoltà, adesso «le tensioni sociali sono difficili da contenere». Al tirar delle somme, gli italiani erano «consapevoli del fatto che la propria vita non sarebbe stata più la stessa, adesso è esattamente la stessa cosa». Il sindaco Luca Salvetti parte da questo parallelismo (e da una frase di Norberto Bobbio) per dire che aspetta di provare «il miracolo della libertà» riferendolo alla terribile pandemia. Lo fa alla celebrazione ufficiale che Palazzo Civico dedica all’anniversario numero 76 della Liberazione nazionale dal nazifascismo, la festa civica fondativa del nostro Paese.

I consueti ringraziamenti alle forze politiche presenti sono stavolta un po’ meno rituali («è un bel segnale»). Anche perché Salvetti aggiunge: «Mi dispiace che manchi qualcuno da quella parte», e indica i banchi delle forze di destra.

È un flash al quale in certo qual modo si aggancerà poi Catia Sonetti, direttrice dell’Istoreco, quando ironizza su quella galassia di mondi che ritengono superata questa festa: «È di 76 anni fa: e allora? In Francia non credo ci sia nessuno che pensa sia datata la festa del 14 luglio o negli Usa il Giorno del Ringraziamento». Eppure si tratta di celebrazioni che rimandano a fine Settecento o addirittura al secolo precedente…

Ma se «allora seppero reagire a tirar fuori la parte migliore della società», il sindaco si dice convinto che «adesso sapremo fare la stessa cosa, sconfiggendo il nemico, aiutando chi è in difficoltà, consegnando ai nostri giovani la libertà di poter stare insieme, abbracciarsi e abbracciare i propri cari».

È un parallelismo che prende in consegna anche Gino Niccolai, presidente degli ex partigiani dell’Anpi, ma anche per rimettere le cose nella giusta scala di valori. Ci sono tante difficoltà nel sopportare le limitazioni alla libertà personale che la pandemia impone – questo il filo del suo ragionamento – ma non dimentichiamoci che se c’è un disagio psicologico la difficoltà è quella di veder ridotta la nostra socialità: «Stiamo parlando della difficoltà di non poter fare l’apericena, mentre per i combattenti di allora magari la cena non c’era proprio, e forse qualche volta nemmeno il pranzo».

In precedenza le autorità civili e militari avevano reso omaggio sia al monumento ai caduti in piazza Magenta sia al Bassorilievo del Partigiano in via Ernesto Rossi. La cerimonia nell’aula consiliare era stata aperta dal presidente dell’assemblea Pietro Caruso, che aveva ricordato una celebre frase del giurista Pietro Calamandrei: «I ragazzi delle scuole imparano chi fu Muzio Scevola o Orazio Coclite, ma non sanno chi furono i fratelli Cervi» che si conclude con la straordinaria potenza evocativa dell’immagine di un ragazzo condannato a morte che all'improvviso si gira verso uno dei soldati nazisti che stanno per fucilarlo, lo bacia sorridente e gli dice: muoio anche per te…

Proprio guardando ai giovani si può cogliere al volo la suggestione di Niccolai: l’invito a una politica che abbia «l’umiltà» di lasciare spazi «alle nuove generazioni che in realtà hanno una gran voglia di spendersi».

C’è anche la sottolineatura dell’assessore alla cultura Simone Lenzi. Anche in questo caso è una immagine-simbolo: i netturbini romani che poche ore dopo la notte del Gran Consiglio e la caduta del fascismo ritrovano i tombini pieni di “cimici”, i distintivi fascisti da mettere alla giacca. Lenzi lo vede come «il segno della difficoltà di fare i conti con la propria storia fino in fondo»: ci mascheriamo – afferma – dietro il cliché degli “italiani brava gente” mai davvero cattivi. «In realtà, abbiamo fatto cose indegne in Africa e nei riguardi degli ebrei».

Sonetti coglie la palla al balzo per dire che la Resistenza attiva è stata di una minoranza», ma è a quella minoranza che dobbiamo straordinarie conquiste «come il referendum fra monarchia e repubblica, come il voto alle donne, come l’assemblea costituente e come l’abolizione delle leggi razziali». —

M.Z.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web