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Livorno

Anziana derubata delle fedi nel reparto Covid di Livorno: «Mia mamma è in coma: una vergogna»

Federico Lazzotti
Anziana derubata delle fedi nel reparto Covid di Livorno: «Mia mamma è in coma: una vergogna»

Le figlie hanno scoperto il furto quando la donna è stata trasferita dall’ospedale livornese a Volterra per la riabilitazione dopo un ictus

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LIVORNO. La signora Maria Pia portava quella fede da sessantanove anni. Dal giorno in cui – era il 6 giugno 1952 – ha sposato il suo Piero. L’altro anello, impreziosito da un piccolo diamante, che indossava all’anulare della mano sinistra, glielo aveva regalato proprio suo marito per festeggiare le nozze d’oro: mezzo secolo insieme, quattro figli e una squadra di undici nipoti. I gioielli del suo cuore sono spariti mentre era ricoverata, in coma, nel reparto Covid dell’ospedale di Livorno. Molto probabilmente rubati da persone – sono pochissime – che hanno accesso al secondo padiglione, lo spazio riservato ai malati di coronavirus che non sono in pericolo di vita.

«Vogliamo denunciare pubblicamente quello che è successo a nostra madre – spiega la figlia Mila Martelli – perché si tratta di un gesto vergognoso, compiuto all’interno di un luogo dove le persone soffrono già abbastanza e dove, tra l’altro, possono entrare solo pochi familiari dei pazienti e il personale medico e infermieristico».

L’odissea della signora Maria Pia Canigiani, che oggi ha 86 anni, inizia il 16 marzo scorso. Pochi giorni prima erano comparsi i primi sintomi del virus. Il tampone che esegue quel martedì conferma i sospetti: positiva. Ma nonostante il contagio l’anziana non ha particolari problemi e per questo il medico decide che può restare a casa. Otto giorni dopo, però, ecco una tremenda complicazione: la donna viene colpita da un ictus e va in coma. «Non c’era alternativa – raccontano i parenti – l’abbiamo dovuta portare in ospedale per darle le cure necessarie». Essendo ancora positiva Maria Pia viene ricoverata nel reparto Covid e nella cartella clinica viene scritto che «indossa due anelli».

Come prevede il protocollo ogni tot giorni un familiare – nel pieno rispetto di tutte le prescrizioni sulla sicurezza – può andare a trovarla. Anche perché le sue condizioni sono molto gravi. «Nel pomeriggio di Pasqua – ricorda Mila – una delle mie due sorelle è andata a farle visita. E tra le cose che ha notato è che mia madre quel giorno indossava ancora entrambi gli anelli. Per questo ha chiesto a un’infermiera il motivo di quella stranezza. Le ha risposto che avevano provato a sfilarglieli ma non ci erano riusciti perché le dita le si erano gonfiate». Passano dodici giorni e un’altra visita e nonostante la situazione neurologica non dia segni di miglioramento, la donna risulta negativa al coronavirus. E per questo lo staff medico decide che è possibile trasferirla a Volterra per la riabilitazione.

«Quando quel sabato sono andata a trovare mia madre – ricorda la figlia – gli anelli erano spariti. Ho chiesto al personale e mi hanno risposto che forse erano stati messi in cassaforte. Ma di tornare due giorni dopo perché nel fine settimana nessuno avrebbe potuto verificare». Il lunedì è la caposala a dover dire alla signora che gli anelli della mamma non si trovano. «Mi ha spiegato che avrebbe fatto denuncia lei stessa in autotutela – va avanti – aggiungendo che l’ospedale è assicurato e quindi ci avrebbero risarcito. Le ho risposto che certe cose, come gli affetti e i ricordi, non hanno prezzo. E che in un ospedale queste cose non devono succedere e basta». —

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