Gioco
Da giovane allievo a comandante: «Una vita in mare, quante emozioni sul veliero Vespucci»
L’ammiraglio di squadra Riccardo Ricci racconta le sue diverse esperienze sulla celebre nave scuola
LIVORNO. – Spezzino di nascita, livornese d’adozione (in città ha ha frequentato l’Istituto Tecnico Industriale), figlio d’arte, l’ammiraglio di squadra Riccardo Ricci, ha una particolare esperienza di vita, allievo sulla nave “Vespucci” (nel 1969) e suo comandante (nel 1996).
Insomma, lei era un predestinato per l’Accademia Navale?
«Una scelta significativa, perché le mie famiglie d’ origine avevano servito la Marina per diverse generazioni, da civili o militari e la Marina era un riferimento inconscio ma consueto, appagante e sicuro. Da bambino abitavo proprio sopra l'Arsenale e ricordo la tromba della sveglia sulle unita' alla fonda o all'ormeggio. Quindi, la continuità d’un percorso atavico ed umile, che partiva dall'800».
Quando il “Vespucci” salpa ogni anno dal porto di Livorno per la crociera di addestramento, si dice che, con lei, partono 120 allievi, ma ritorna un corso. Cosa accade, di magico e misterioso a bordo, in questo viaggio?
«Durante la campagna navale si forma un corso, unendo e cementando le diverse peculiarità d’un gruppo che parte eterogeneo, ma che con il lavoro comune, il reciproco supporto , lo spirito di sacrificio ed il forte senso della comunità e del dovere, all'arrivo crea un legame indissolubile, che permane vivido. Qualsiasi professione si sia poi intrapresa, l'impianto di base della formazione Militare Marittima rimane una preziosa costante, al servizio del Paese».
La “Preghiera del Marinaio”, che si recita al tramonto durante la navigazione, quali emozioni suscita nel cuore di chi vive a bordo?
«Di antiche origini e con un enunciato che a taluni può apparire arcaico, che si recita al tramonto sulle unità in navigazione con l'equipaggio riunito in assemblea a poppa, quando le condizioni meteo lo consentono, è evento che non lascia indifferenti, anche dopo anni di navigazione. Il richiamo alle care genti, al riposo del popolo, sul quale i marinai vegliano in armi sul mare, ingenera profonde emozioni in persone, come me, che hanno vissuto quei momenti. E penso sia ancora così».
Lei non si definisce un “velico”. S’aspettava, dunque, questo incarico?
«Non sono un "velico" praticante. Ero stato un buon marinaio sulle navi della squadra, ma un velista assai scadente da allievo, a parte la successiva grande esperienza acquisita nell'organizzazione e gestione di regate. Non mi ero mai interessato in modo particolare alla vela, sia per le derive, sia a quella d'altura. Avevo acquisito la patente per skipper d'altura, ma ero un ufficiale operativo sulle navi di squadra. Quando mi fu richiesto se me la sentissi di assumere il comando del Vespucci risposi di si. Nel mio immaginario valeva più di tutti gli altri comandi altisonanti e forieri di balzi nell'aliquota di avanzamento. La madre simbolica di tutte le navi. C'era da fare un bagno d’ umiltà per apprendere un'arte velica cosi specifica e ciò che riguardava la rappresentanza navale a pieno titolo, per non fare figuracce intorno al mondo, che si sarebbero riverberate sull'intera Marina Italiana.Tutto andò magnificamente. Ebbi l'onore di avere a bordo a Livorno il mitico ammiraglio Straulino, navigando sui campi di regata del Trofeo Accademia Navale e Città di Livorno, partecipai alla regata Cutty Sark Tall Ships' Races ed alla fine della pre-campagna estiva e della successiva campagna d'istruzione, mi sentivo un tutt'uno con la nave, con la storia ed il lungo ed onorato passato. Alla fine del comando, discendendo l'Egeo nella notte, completamente invelati tra le isole greche, con il vento nei quartieri poppieri, sentivo la nave come una cosa vivente, con silenziosi e rapidi posti di manovra generali alla vela. Sensazione incredibile, unica, pervasiva dell'animo. L'afflato e la sana competizione tra allievi e nocchieri. La professionalita' e la modestia dell’equipaggio. Un Vespucci eterno, alimentato dalla lunga linea blu della sua gente, con l'umanità propria dei marinai italiani».
Nel momento in cui, da allievo, è sceso dalla “Vespucci” al termine della crociera, avrebbe mai pensato che sarebbe un giorno tornato a bordo, come comandante?
«Quando sono sbarcato da allievo, mai avrei immaginato di tornarci da comandante. Il futuro lo vedevo in salita ed in diverse circostanze, in seguito, sono stato in procinto di lasciare la Forza Armata. Mai avrei pensato di ritrovarmi, dopo tanti anni, ad occupare quella plancia, quei banchi di quarto, da comandante, con gli occhi alle vele e l'attenzione al vento, ascoltando i trilli dei fischietti dei nostromi».
Nelle due crociere, ha vissuto emozioni diverse?
«Ora anche il mio nome è inciso sulla grande lastra metallica posta nel "passaggio comandante". Vedere i nomi dei comandanti mi ha sempre fornito un grande senso di appartenenza e della persistenza dei valori di base e senza tempo, che hanno permesso l'esistenza proficua di questa nave. Monumento a sè stessa ed alla marineria italiana, con le file dei futuri allieve ed allievi che saliranno a bordo, prima del loro impiego Navale. E vedranno golfari e griselle, timone a mano e giardinetto, coffe e barre, varee e bastingaggi, assorbendo il ricordo ed i sentimenti delle generazioni precedenti che, onorevolmente e con sacrificio, hanno servito il Paese. Partendo da quei ponti».
Se fosse teoricamente possibile, ripeterebbe l’esperienza della crociera?
«Certo che mi scrollerei volentieri di dosso gli anni e tornerei a fare il comandante. Quando ancora ero in grado di fare il giro di barra, come da tradizione». —
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