Gioco
Moby Prince, i 140 nomi diventano arte sui manifesti di Livorno
Dai disegni di associazioni, cittadini e artisti nasce la prima opera pubblica sulla strage. La galleria d'arte Uovo alla pop e l'associazione Effetto collaterale: "Uno spazio in città per ogni vittima"
LIVORNO. Sarà la prima grande opera di arte pubblica della città. Pubblica perché di fronte agli occhi di tutti, nelle strade, nelle piazze. Pubblica perché in qualche modo realizzata da tutti noi, da 140 di noi, in rappresentanza di un’intera comunità: non per forza artisti, ma anche studenti, associazioni, livornesi e non livornesi qualunque. Dal 9 al 18 aprile la città sarà tappezzata con 140 manifesti che andranno a colorare altrettanti cartelloni pubblicitari rimasti vuoti: ogni spazio racconterà in modo diverso il buco nero che trent’anni fa ha inghiottito il Moby Prince, e lo farà attraverso i nomi delle 140 vittime che il 10 aprile del 1991 furono strappate alle loro famiglie. Un nome e un’età per ogni manifesto: in tutto 140 nomi, adottati per non dimenticare da altrettanti livornesi (da qui il titolo “140x140”), in una città che già da anni – mentre aspetta ancora di conoscere la verità sulla strage – ripete insieme alle associazioni dei parenti delle vittime che #iosono141.
L’idea ha preso forma con il collettivo di artiste della galleria d’arte Uovo alla pop, per il progetto “Documenta” dell’associazione Effetto collaterale, che è dedicato alla memoria di ciò che avvenne davanti al porto trent’anni fa. Nelle ultime settimane sulle pagine social di queste realtà è partita una call to action, in altre parole una chiamata all’azione collettiva, per prendere parte alla creazione e all’affissione delle opere. Servivano 140 mani, cuori, sensibilità per altrettanti nomi. Sono arrivate tutte.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.40114783:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.40114783:1652953208/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Nel video di presentazione Libera Capezzone, uno dei volti di Uovo alla pop, la spiega così: «A oggi ancora non sappiamo niente di quella strage, del perché avvenne, del perché 140 persone furono tolte improvvisamente all’affetto dei loro cari, dei loro amici, dei loro perenti. Quello che ti invitiamo a fare oggi è una grande opera d’arte pubblica...». Hanno risposto in tanti: a ciascuno è stato affidato il nome di una delle persone che quella maledetta sera erano a bordo del Moby.
A chi si è fatto avanti (più di cento realtà) sono state date alcune semplici indicazioni perché il progetto avesse un filo conduttore anche grafico: scrivere il nome per intero insieme all’età e usare al massimo tre colori. Poi piena libertà sulle tecniche. «Questi nomi andranno a fare parte di una grande opera per ricordare: prendiamocene cura adesso, prendiamocene cura noi», ripete nel video Capezzone, in arte Libertà. «I lavori – spiega nel dettaglio un’altra delle artiste di Uovo alla pop, Giulia Bernini – saranno esposti in città, sui cartelloni pubblicitari, in spazi dedicati». Insomma, non un blitz di street art un po’ clandestina, come la bella sorpresa che un anno fa, in pieno lock down, ha trasformato in chiave artistica gli spazi pubblicitari vuoti di piazza Magenta.
Dopo una partecipata campagna social, che nel trentennale della strage ha coinvolto prima di tutto le associazioni dei familiari delle vittime, le opere andranno quindi a riempire gli spazi di affissione comunali. «Sarà un’opera pubblica – ripete Bernini, conosciuta come Oblo – perché di dominio pubblico nella realizzazione, visto che è il frutto di una chiamata alla cittadinanza. Non una call riservata ai soli artisti, ma a chiunque, proprio perché la tragedia del Moby ci ha toccati tutti». Da una parte, quindi, «hanno partecipato gli artisti, con la loro sensibilità, perché quella sciagura ci ha lasciato una grande traccia dentro» e dall’altra «i cittadini, che hanno voluto prendere parte al progetto con un gesto intimo e insieme corale». C’è chi ha fatto ricerca sul nome, chi si è fatto avanti perché era legato a una delle vittime, chi magari non era neppure nato quel giorno ma ha voluto cercare di capire, anche così, un pezzo di storia della città e non solo. Un modo «per fare sì che i nomi non restino senza memoria». E che la memoria non si perda nel mare degli anni e della lunga attesa di verità e giustizia.
Non nasconde l’emozione Attilio Zavatta, fotografo, una passione per la fotografia documentaria, che nel 1991 aveva appena un anno. È uno dei referenti del progetto “Documenta 30”. «Alla chiamata – racconta – hanno risposto artiste e artisti livornesi, grafici, pittori, associazioni che lavorano nel mondo della disabilità, cooperative sociali, tante persone diverse per età e professione. Vedere tutti insieme i lavori che hanno prodotto dà immediatamente l’idea di questa diversità, di questa pluralità. Ammetto che mi sono commosso».
Così come fa un po’ luccicare gli occhi il disegno fatto da Samuele, 6 anni: lui il lavoro per un manifesto di “140x140” lo aveva già realizzato con il resto della famiglia e inviato agli organizzatori. «Ma tre colori, mamma, sono troppo pochi, vorrei usarne di più...». Così ecco che dalla sua fantasia è uscito un nuovo disegno, che ha dipinto di azzurro, rosso, giallo, verde, bianco e viola il nome di Gino. Non potrà essere stampato sul manifesto, ma è stato pubblicato sulla pagina Facebook di “Documentaria”. E resta un regalo che fa crescere ancora di più la voglia di non arrendersi. —
L'inchiesta del Tirreno a trent'anni dalla strage
Trent’anni senza verità né giustizia per le vittime del Moby Prince, per i loro familiari, per il nostro porto e la nostra città: lunedì 10 aprile sarà il trentesimo anniversario della sciagura e Il Tirreno da alcuni giorni ha deciso di accompagnare la comunità cittadina a questa data pubblicando, giorno dopo giorno, un’inchiesta in varie puntate. Giovedì le prime due pagine dal titolo “L’esplosivo delle stragi”. Ieri il lavoro “Sulle tracce dell’esplosivo”. Nel frattempo in città si preparano le iniziative in vista del 10 aprile. Oggi ve ne raccontiamo una: l’opera d’arte pubblica (“140x140”) che si aprirà il 9. «In pochi giorni – dice Francesca Talozzi, dell’associazione Effetto Collaterale – attraverso un semplice passaparola tanti cittadini hanno risposto alla chiamata facendo proprio il messaggio: prendersi cura di un nome e dunque della memoria di una delle 140 vittime. Grazie a un atto creativo e a un gesto di responsabilità di tanti, la memoria della strage si è fatta più intima e allo stesso tempo più radicata. All’iniziativa hanno partecipato anche alcuni familiari delle vittime che ci hanno rivolto un commosso ringraziamento. Ma siamo noi a ringraziarli di cuore per la loro partecipazione e per la forza che dimostrano da ormai trent’anni in questa battaglia per la verità e la giustizia. Anche pensando a loro invitiamo tutti a cercare dal 9 al 18 aprile i 140 manifesti sui muri della città. Cercateli, guardateli e ricordate».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

