Gioco
Addio a Piero Orsini sul piazzale del Deposito Neri
LIVORNO. Il funerale si era svolto in forma privata poco prima, ma a un uomo che come Piero Orsini aveva dedicato al lavoro l’esistenza l’ultimo abbraccio da parte della “sua seconda famiglia” , come la definirà il figlio Federico (presente insieme alla sorella Eleonora), non poteva che essere nel “cuore” dell’azienda al quale ha dedicato ogni energia: il Deposito Costiero Neri, che ora è una «realtà industriale che dà lavoro a una sessantina di addetti, movimenta in un anno più di 20mila autobotti, oltre 200 navi e oltre 800mila tonnellate di prodotti petrolchimici».
Se è così lo si deve in gran misura al talento manageriale di Orsini, come dice commosso l’imprenditore Piero Neri tenendo a segnalare che il rapporto personale era «della più completa fiducia», qualcosa che va «ben oltre i riferimenti di rito all’amicizia foss’anche la più fraterna».
Non a caso, il figlio sottolinea di aver strappato l’ultimo sorriso al padre, ormai sofferente, quando gli ha ricordato che con il suo lavoro aveva costruito «qualcosa di importante che resterà».
È come se ieri mattina si fosse trasformato nella navata di una cattedrale perfino il susseguirsi di maxi-serbatoi fra via Leonardo Da Vinci e la Sintermar. Ovviamente con il rispetto delle norme anti-contagio, sul piazzale insieme al feretro i lavoratori e la famiglia Neri. Fino ai ragazzi della sesta generazione della dinastia imprenditoriale: con Francesco che, anche a nome di Piero junior e Giacomo, ripesca dall’album l’amarcord di bambino quando ai suoi familiari in una circostanza venne lasciata «la brum-brum Orsini». Aggiungendo poi: «Ora abbiamo tutti noi un angelo lassù».
Presente alla commemorazione anche monsignor Paolo Razzauti, legato a Piero Neri da una lunghissima amicizia «nata sui banchi del ginnasio dai gesuiti». Proprio guardando a quel tempo singolarissimo che per la Chiesa è la vigilia della Pasqua, in «quell’intermezzo fra la crocifissione del Venerdì Santo e la resurrezione della domencia pasquale», Razzauti trova lo spunto per dire che «la morte non è la fine di tutto». E se Orsini ha improntato la vita all’etica della responsabilità e del lavoro, ecco che il presule coglie il destro per rimarcare che «il lavoro non è solo fatica, è anche sforzo creatore, la capacità di costruire qualcosa da mettere a disposizione degli altri facendoci maturare».
È da sottolineare che dopo la commemorazione con le parole c’è stata quella con i gesti: uno alla volta, ciascuno ha salutato di persona il feretro prima dell’ultimo “viaggio”. —
M.Z.
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