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Viaggio nel rifugio a quattro zampe alle porte di Livorno: «Qui i cani tornano a vivere»
La struttura di quasi due ettari protetta e abbracciata dagli alberi di Vallin buio. Su ottanta box attualmente ne sono occupati 30 e molti "ospiti" aspettano un’adozione.
C’è Poldo, una dolcissima nuvola di pelo. In realtà è un nonno a quattro zampe di 11 anni con lo spirito di un cucciolo, sempre vissuto in canile, che finalmente ha trovato una famiglia, una casa e un giardino tutto suo per chiudere la sua vita finalmente circondato da coccole e amore. Anche il meticcio Dado che di anni ne ha 8 è un tenerone che ha sempre visto sbarre e operatori, ma non ha mai conosciuto l’amore di un padrone tutto suo. I cuccioli sono, come sempre, quelli che in quelle gabbie stanno veramente poco: lo possono dire a gran voce la maremmana Pesca e il simil pittbull Johnny. La fortuna a quattro zampe non bacia tutti, aimè. Ma nella piccola grande Cuccia nel bosco basta uno sguardo per sciogliere i cuori di due giovani livornesi che hanno adottato Pesca, dopo un percorso condiviso con gli operatori della cooperativa Il Melograno che gestisce la struttura comunale dal gennaio scorso. Appartiene ad un consorzio di cooperative sociali per l’inclusione cooperativa.
In totale sono trenta i cani ospitati al momento nella Cuccia nel bosco. Meno della metà di quanti ne può ospitare, ovvero ottanta, la struttura di quasi due ettari protetta e abbracciata dagli alberi di Vallin buio.
«Ogni giorno la situazione può variare: dipende se arrivano nuovi cani e se ce ne sono altri in fase di restituzione», a fare il quadro della situazione è Cecilia De Grandis, la veterinaria del canile. Dieci ore la settimana lei è il presidio sanitario della struttura. Insieme a lei c è Lorella Fulceri la responsabile del canile.
«Non esistono cani non adottabili: quelli più problematici hanno bisogno di un percorso ma alla fine tutti possono avere una famiglia. Basta seguire le nostre indicazioni», sottolinea. Con lei Il Tirreno racconta quel fazzoletto di gabbie in mezzo al verde dove si accolgono pelosi in cerca di speranza. Qui animali vaganti, abbandonati con o senza microchip oppure cani sotto sequestro vengono ospitati. Qui vengono curati, grazie ai vari ambulatori presenti nella struttura.
Sotto quegli alberi, dentro quelle gabbie coibentate, ognuna con spazio esterno per permettere agli animali di "sgambare" si incrociano piccole grandi storie. Di maltrattamenti. Di abbandoni. Di morti. Di proprietari in carcere. Dietro a due occhioni che guardano e magari ad un abbaiare rabbioso ci sono pure storiacce di cani maltrattati.
«Dodici posti sono riservati a quello che noi chiamiamo canile sanitario, ovvero ai cani nuovi che entrano e di cui non conosciamo la storia, magari potrebbero essere malati, quindi per un po’ li teniamo lì», continua la veterinaria. Poi c’è la parte del “rifugio” e un’altra zona in fase di sviluppo dove stanno quei cani che non possono essere adottati, perché legati a procedimenti giuridici dei padroni-
«Sono animali il cui destino è legato alla sentenza che viene emessa dai giudici nei confronti dei loro proprietari», aggiunge.
Operatori e istruttore si prendono cura dei cani quotidianamente. Ogni peloso che entra viene sottoposto a terapia comportamentale.
«La terapia va fatta su tutti, anche su quei cani che non sembrano aggressivi - spiega l’istruttore Nello Giugliano - Ognuno di loro deve, comunque, prendere fiducia. Nei casi di cani aggressivi c’è un percorso dedicato perché altrimenti non possono essere adottati». Si occupa dei cani anche il medico comportamentale Elisa Granatelli.
In giro per il canile si tocca con mano il feeling tra operatori, istruttore e animali. Kaido, per esempio, è un molosso: ancora non è pronto ad essere adottato ma Giugliano ci sta lavorando. Ti avvicini, lui scodinzola. «Ma è uno scodinzolare di nervosismo in modalità di guardia - spiega l’esperto istruttore - Il fatto che si siede rigido e immobile di lato dalla porta di ingresso significa che vuole avere la situazione sotto controllo, non è un atteggiamento amichevole, tutt’altro».
Giugliano guarda un cane e ne capisce all’istante il mood. «Per capire gli animali bisogna uscire dall’ottica umana», prosegue lui che opera al canile tre giorni a settimana, per 5 ore al giorno. Vietato operare senza i dovuti accorgimenti.
Sicurezza al primo posto: Giugliano lavora con tuta apposita e protezioni. Non si scherza. Così fa Erika Lorenzoni, l’operatrice che ogni giorno si occupa di pulire e dare da mangiare ai cani. «Non tutti i cani sono avvicinabili», dice. Ogni gabbia permette di operare, sempre, in sicurezza.
La soddisfazione maggiore per i “bipedi” che gestiscono la Cuccia nel bosco dei “quadrupedi” è quella di vederli adottare.
«È così bello vederli adottare - prende la parola Fulceri - Con i nuovi padroni mantieni i contatti, perché periodicamente ti mandano foto, ti aggiornano. Vuol dire che hai fatto un buon lavoro».
Dal canile ci tengono a specificare che l’adozione non è immediata: «Servono minimo 4 incontri con chi vuole prendere in adozione un nostro cane - spiegano -è fondamentale fare un percorso per sondare la conoscenza e il rapporto cane, padrone. Soprattutto questo percorso è necessario per evitare eventuali restituzioni».
All’ingresso del canile si nota una gabbia isolata. «Serve per le emergenze, per i cani che vengono magari trovati di notte». Chiudono lamentando quella che, sembra, essere l’ultima tendenza degli abbandoni: «Ultimamente molti cuccioli sono stati trovati abbandonati nei parchi cittadini di Livorno». —
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