Il Tirreno

Livorno

Così il santuario di Montenero si fa più bello: ecco un tesoro sul soffitto dell’atrio

Mauro Zucchelli
Così il santuario di Montenero si fa più bello: ecco un tesoro sul soffitto dell’atrio

La ripulitura restituisce splendore, luce e colori a opere e decorazioni di fine ’600 Il vescovo sogna la “Loreto del mar Tirreno” ma non manca anche il degrado 

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LIVORNO. Non sarà Caravaggio né Goya ma ora acquistano fascino luminosità le scene di “vita della Madonna” raffigurate sul finire del Seicento lassù sul soffitto dell’atrio ovale del santuario di Montenero: l’ardore religioso di Filippo Maria Galletti, fratello laico con l’estro della pittura in una lunga carriera all’ombra dei chierici teatini, ora prende nuovo vigore in un trionfo di stucchi. L’effetto scenografico l’hanno ricreato i lavori di restauro che hanno tenuto banco negli ultimi mesi. Prima, però, era stato necessario mettere mano alla sistemazione della copertura dal lato esterno: portava ancora i segni dell’alluvione del settembre 2017.

Si tratta di scene della vita della Madonna, che spiccano in mezzo al bianco di una ricca e affascinante decorazione barocca. Vale la pena di girare lo sguardo all’insù: è uno spazio minore rispetto alla navata del santuario che conduce lo sguardo all’altare ma è pur sempre il biglietto d’ingresso di questo curioso spazio orizzontale con vie di fuga laterali, da un lato verso la galleria degli ex voto e dall’altro verso il Crocifisso sofferente, il chiostro e la cappella dei ceri.

Stiamo parlando di lavori predisposti dalla diocesi – curati dallo studio dell’ingegnera Agnese Caturegli, eseguiti dalla ditta Decorarte di Ponsacco sotto la supervisione della Soprintendenza (architetta Loredana Brancaccio) – nel quadro di un accordo con la congregazione dei monaci vallombrosani che riguarda un intervento globale sul complesso architettonico del santuario di Santa Maria delle Grazie, inclusa l’aula mariana.

Ora l’intervento, pagato anche con i fondi dell’ “8 per mille”, indica il passaggio dall’attenzione all’operatività del recupero: chissà se è stato il fumo delle candele che in passato erano anche nell’atrio o se è semplicemente la polvere, le infiltrazioni e l’usura del tempo, compreso l’attacco di muffe e microorganismi nocivi che alterano i colori. Con pazienza certosina l’équipe dei restauratori ha ripulito tutto a colpi di pennello e spugnetta o anche mediante impacchi di polpa di cellulosa, talvolta in tandem col bicarbonato di ammonio. Basta un’occhiata per notare che la luce dà un fascino nuovo alla scena: quell’atrio non è più solo uno spazio di passaggio, racconta la storia.

Non è un segreto che il monsignore-architetto Simone Giusti si sia messo in testa due cose. La prima: fare di Montenero un polo di devozione mariana che sia l’equivalente di una «Loreto affacciata sul mar Tirreno», l’ha ripetuto più volte sia come valorizzazione turistico-culturale sia insistendo sull’indotto religioso delle “guarigioni” (già alimentano una galleria di ex voto che assedia il santuario e non si è mai fermato neanche adesso). La seconda: utilizzare l’aula mariana ad uso della comunità parrocchiale montenerese costretta a sentirsi “ospite” in casa propria per via della complicata convivenza con il continuo flusso di pellegrini.

Ma tanto l’una come l’altra cosa restavano nel libro delle idee finché proprietà e giurisdizione rimanevano di stretta competenza dei vallombrosani. Le carte bollate sono state messe a posto in un excursus a ritroso in secoli e secoli di atti notarili e bolle pontificie (e, detto per inciso, riparando solo sei anni fa alla dimenticanza di non aver mai messo il “timbro” all’elevazione di Montenero al rango formale di santuario).

Certo, se non basta una rondine per far primavera figuriamoci se è sufficiente ritrovare un soffitto di fine Seicento per trasformare davvero Montenero. Basta guardare fuori dal santuario per capire che non è questione di spugnetta e anti-muffa sull’ex piazzale dei pullman e tutt’attorno. La strada per arrivare a Loreto è lunga e quella per portare Loreto a Montenero ancor di più. Ma questa è un’altra storia. —

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di Redazione web