Il Tirreno

Livorno

«Tante promesse ma i problemi restano Senza spazi adeguati si condanna il futuro»

luigi ferrieri caputi

Luigi Ferrieri Caputi parla da ex studente del liceo Cecioni «Dalle nostre proteste niente è cambiato: servono investimenti» 

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L’INTERVENTO

Parla Luigi Ferrieri Caputi, ex studente del liceo Cecioni dove era anche rappresentante d’istituto. Oggi è al secondo anno della facoltà di Scienze politiche - studi internazionali - all’Università di Firenze. Lui, come altri suoi compagni, è stato tra i più attivi e propositivi durante le manifestazioni studentesche del gennaio 2019 in cui si reclamavano scuole sicure e aule adeguate.





Servono più spazi per le scuole. Noi vogliamo scuole sicure, queste sono solo alcune delle frasi che due anni e mezzo fa abbiamo gridato in piazza. Il tempo è passato e – con una pandemia di mezzo – ancora non siamo riusciti a trovare gli spazi adeguati alle istituzioni scolastiche di Livorno. Anche da ex studente ci viene sempre detto: i temi di cui parlate, però, sono sempre i soliti.

E questo è assolutamente vero, ma non vi sia fantasia, o perché manchi qualsiasi tipo di iniziativa o capacità di analisi. Semplicemente, sono i problemi a essere sempre gli stessi. Il problema degli spazi è noto, e se le soluzioni da una parte sono assicurate: “le troveremo, lo faremo, lo stiamo facendo”; dall’altra appaiono invece impossibili e una promessa lontana.

Nei fatti, però, i problemi restano: nuove studentesse e nuovi studenti entrano alle superiori, altri ne escono e la situazione varia di poco, se non quando peggiora.

C’è da chiedersi, dunque, come mai ci sia questa penuria di spazi costante e se – forse – non sia simbolico di un problema molto più grave: lo scarso interesse che ha il paese per il futuro, il quale passa necessariamente dall’ istruzione. Un paese che non investe nell’istruzione pubblica, gratuita e accessibile è un paese che condanna il proprio futuro; danneggiando il presente di studenti e studentesse che non possono accedere molto spesso a un’istruzione di qualità e compromettendone inevitabilmente le possibilità.

La pandemia con la quale conviviamo da ormai più di un anno ha mostrato la situazione scolastica in tutta la sua fragilità: ancora, mancano spazi, mancano trasporti, manca personale.

Le scuole sono state chiuse e aperte, come un pendolo, e la Didattica a Distanza è stata incrementata oppure diminuita a seconda dell’evolversi della situazione sanitaria. La scuola, da un anno a questa parte, praticamente non c’è stata.

Ecco, quindi, le riflessione da porsi: come è potuto succedere tutto questo? Poteva essere evitato e – soprattutto – che cosa possiamo trarne per il futuro? Quella degli spazi è una punta di un iceberg, che ciclicamente a seconda della situazione dell’ambiente circostante (che siano quelle che portarono alle manifestazione del 2019, o quelle attuali) torna il più evidente; è normale che sia così: la dimensione spaziale è quella forse più concreta.

Come in tutte le cose, del resto e il problema viene dunque a galla soltanto quando troppo evidente per essere ignorato (banalmente: dove metto questa classe per fare lezione?). La nostra necessità di concretizzare e difficoltà nell’astrarre spesso ci frena dal pensare al futuro, e i vari tagli all’istruzione non fanno che dimostrarlo. Non c’è interesse per la scuola, e quindi per il futuro.

Forse la soluzione sarebbe, davvero, pensare che la scuola non è solo il futuro di un paese – ma anche il suo presente. E che gli investimenti nella pubblica istruzione sono necessari ora. —

(9-continua)

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