Gioco
«L’ironia livornese, l’amore per Firenze Abbiamo perduto un vero maestro»
Il giornalista e scrittore Pier Francesco Listri morto a 88 anni «Si opponeva al conformismo e alle lusinghe del potere»
Livornese di nascita, ma innamoratissimo di Firenze dove si era trasferito da giovane con la famiglia, è morto l’altra notte all’età di 88 anni dopo una lunga malattia il giornalista e scrittore Pier Francesco Listri, per decenni caporedattore ed editorialista de La Nazione. Listri aveva collaborato in giovane età a Il Nuovo Corriere di Romano Bilenchi, in seguito venne assunto a La Nazione, ma ha scritto su Il Giornale, Il Sole 24 ore, L’Espresso, Il ponte, collaborando successivamente a Radio Rai come regista, conduttore e produttore di programmi culturali. Ha scritto oltre venti opere fra cui i Dizionari di Firenze e della Toscana, La grande storia di Firenze e Firenze e la Toscana dei Lorena. Ecco come lo ricorda Giuseppe Mascambruno, ex direttore della Nazione.
Giuseppe
Mascambruno
Non c'è niente di peggio della morte per far vivere la retorica. Tanto peggio se applicata alla più sublime e meno rispettata delle virtù umane che è la memoria. Soprattutto di questi tempi. Del resto era proprio questo uno dei primi e grandi insegnamenti ricevuti, quando poco più che ventenne, incontrai per la prima volta Pier Francesco Listri. Che nei confronti della retorica applicata al giornalismo aveva la stessa avversione che nutriva contro ogni forma di banalizzazione e di conformismo. Tanto peggio se asserviti alla cultura che si accomodava ai vantaggi delle arroganti lusinghe del potere. Non era solo il suo tesoro etico, ma anche il connotato reso estetico da un uomo magrissimo, i tratti spigolosi, la voce roca e lo sguardo acuminato. Di una impareggiabile eleganza che sapeva far convivere con una infantile trasandatezza sin dal più banale dei gesti, quello della sigaretta dimenticata tra le dita oltre ogni umana consunzione che lo imbiancava di cenere ovunque.
Le parole, dette e scritte, scorrevano come musica per noi intimiditi cacciatori di modelli. Era un piacere leggerlo e ascoltarlo. Tanto in entrambi i casi ci soccorreva il silenzio. Di Listri ho questi ricordi nitidissimi. Un po’ perché, come accade fisiologicamente invecchiando, la memoria delle esperienze di vita in generale finisce per preferire le consolazioni del passato più o meno remoto come lenitivo alle delusioni del presente. Un po’ perché, la statura dei maestri, anche nel giornalismo, si è brutalmente ridotta e le piccole ombre di oggi svaniscono rapidamente mentre le grandi ci proteggono ancora.
Listri era nato a Livorno nel 1932, «anche se non si direbbe dal suo eloquio forbito» nota un altro grande collega, Antonio Lovascio, in una bellissima intervista al settimanale cattolico Toscana Oggi di dieci anni fa, sollecitando il sorriso, sornione e accattivante, che solo un livornese di nascita può mostrare. A conferma di un’appartenenza che fa dell’ironia la sua stessa cifra genetica prima che stilistica. Ma la sua formazione culturale, particolarmente attratta dalla letteratura, e la sua crescita professionale è tutta fiorentina.
Il Listri giornalista, quello che ho conosciuto io appena assunto a La Nazione nell’autunno del 1978 appartiene a una storia straordinaria, umana, civile, culturale, politica prima che giornalistica, di cui anch’io, come tanti altri giovani di quell’epoca, ho goduto come inestimabile patrimonio valoriale. Faceva parte di una nutrita pattuglia di colleghi del Nuovo Corriere, storica testata che raggiunse il culmine di autorevolezza con la direzione di Romano Bilenchi, poi associata per un periodo a un altro grande pezzo di storia del giornalismo italiano come Paese Sera. Entrambe impegnate a raccontare e interpretare la cronaca e la storia di quegli anni, gli anni bui del terrorismo sull'orlo del precipizio di una guerra civile, da un presidio che oggi sarebbe troppo semplicistico classificare di sinistra. Quel patrimonio di uomini e di idee era messo a rischio di disoccupazione dalle prime selezioni di mercato provocate dai grandi investimenti editoriali per il passaggio epocale dal piombo alle nuove tecnologie di stampa dei giornali. Ma soprattutto dalla scelta del Pci, nella cui influenza anche economica orbitavano, di concentrarsi sulla testata di riferimento, l’Unità. E invece molti di essi ritrovarono sicurezza materiale e libertà di esprimersi proprio alla Nazione, fino al giorno prima vissuta come dirimpettaia di un confronto a tratti anche asprissimo nella lettura della contemporaneità. Un passaggio storico di cui sono sempre stato orgogliosissimo nella mia appartenenza a una testata che, alla fine, mi sono ritrovato anche a dirigere. Ma in tempi profondamente diversi da quelli là.
Di quella straordinaria esperienza, contaminazione virtuosa si direbbe oggi anche se non mi piace, Listri fu uno dei più magistrali interpreti. Non solo nel gigantesco e umile dominio delle pagine culturali, di cui fu l’indiscusso caporedattore capace di attrarre e anche di tenere a bada primedonne ad alto tasso di vanità, ma anche nella vita interna di redazione. Noi giovani lo ascoltavamo in religioso silenzio quanto interveniva nelle assemblee chiamate a decidere anche dure azioni sindacali. Soprattutto quando queste non erano legate a pur legittime rivendicazioni contrattuali, ma a vere e proprie battaglie di libertà e di democrazia che affidano, ma ancor più affidavano direi, all'informazione il suo fondamentale presidio di difesa. E per cose del genere si faceva anche sciopero. Detto con i parametri di oggi fa quasi tenerezza.
Ho visto l’ultima volta Pierfrancesco in una data indimenticabile, il 29 giugno del 2009. Ero direttore de La Nazione da sette mesi e m’invitò a cena a casa sua, a Fiesole, proprio per uno di quei desideri nostalgici di ricordare con un sorriso l’intimidito incontro che ebbi con lui trent’anni prima da neoassunto.
A metà della cena mi squillò il cellulare: erano i colleghi di Viareggio che mi avvertivano della strage del treno che provocò 32 morti e più di cento feriti. Mi alzai per correre al giornale e vidi lo sguardo atterrito di Pierfrancesco. Lui era in pensione da tempo, non aveva negli occhi il cronista che rasenta il cinismo per correre e affrontare anche la notizia più raccapricciante, ma l'umanità spaventata da tanto orrore. Non glielo avevo mai visto prima. E in quella luce di pietà mi piace salutarlo oggi con l'affetto riconoscente di chi perde un Maestro. —
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