La protesta
Aereo caduto 38 anni fa nei boschi livornesi: «Ora diventi un'attrazione turistica»
Collesalvetti, la proposta dell’assessore Dario Fattorini: «Stiamo lavorando a un progetto»
COLLESALVETTI. Guarda quell’ala fagocitata dalla vegetazione e abbandonata lì da quasi 40 anni come il resto del piper e ne vede una possibile meta da visitare con un’apposita guida. Conosce la storia dell’aereo precipitato nella riserva dei Monti livornesi Dario Fattorini, assessore alle Colline e al Turismo del Comune di Collesalvetti. Sa bene che il pilota Ennio Staffini, allora 28enne alla guida dell’ultraleggero appartenuto alla Società aerea piemontese, ne uscì illeso.
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La conosce attraverso i racconti dei parranesi perché lui nel 1983 non era ancora nato e la sua idea va in direzione di una valorizzazione del relitto. Non della sua rimozione come invece ha sostenuto nei giorni scorsi al Tirreno lo stesso sindaco Adelio Antolini. «Diciamo che questi resti potrebbero rientrare nel progetto in essere di realizzare una via pubblica che colleghi Parrana San Martino con l’eremo della Sambuca partendo da quella che dovrebbe diventare la porta di ingresso della riserva», racconta l’assessore. La riserva unisce territorialmente i polmoni verdi di Collesalvetti, appunto, Rosignano Marittimo e Livorno: il progetto è in essere da anni e adesso potrebbe avere un’accelerata. Almeno nella volontà di alcuni.
«Abbiamo anche parlato con la proprietà dei terreni sui quali 40 anni fa precipitò il piccolo aereo: vediamo cosa possiamo fare. Intanto voglio fare una premessa: nessuno ha diritto di scavalcare una recinzione, seppur abbattuta, invadendo una proprietà privata, segnalo pertanto a tutti i curiosi di non avventurarsi per non incorrere in denunce da parte della proprietà», avverte Fattorini.
Senza contare il fatto che essendo pure in emergenza sanitaria e in zona arancione è vietato uscire dal proprio comune di residenze se non per urgenze. «Ricordo inoltre che siamo in zona arancione e non è attualmente possibile superare i confini dei comuni, ed è comunque sempre consigliabile rivolgersi a guide specializzate per certi tipi di percorsi nei boschi, anche per preservare la natura e le emergenze che offre», sottolinea. Sul perché, a distanza di anni, i resti dell’ultraleggero siano ancora dentro al bosco non se lo spiega neppure lui. «Sicuramente negli anni Ottanta la normativa sui rifiuti non era la stessa di adesso e la sensibilità verso i temi dell’ambiente era differente – e aggiunge – Poi col passare del tempo la storia è andata nel dimenticatoio. Di sicuro la carcassa è ormai depurata da tutte le parti inquinanti come motore e carburanti». L’idea di Fattorini è conosciuta anche dalla proprietà dell’azienda.
Si tratta della tenuta agricola dove Giuseppe Benedetti è lo storico pilastro. Là dentro, 165 ettari di terreno, allevava fauna selvatica in cattività. «Come assessore alle Colline da tempo ero a conoscenza della questione: valuteremo il dar farsi considerando che questa carcassa, ormai depurata da tutte le parti inquinati come motore e carburanti, potrebbe rappresentare una destinazione originale». Una destinazione alla quale arrivare con una apposita guida, che magari includa nel giro anche la visita alla necropoli protoristorica scoperta in zona nel 2010. «I parranesi sono gelosi custodi di questa storia», continua ancora Fattorini. Che ben conosce la famosa e leggendaria storia del “Magic bus”, il pulmino utilizzato come rifugio da Christopher McCandless nella sua avventura attraverso l’Alaska (fu poi trovato morto di fame e stenti a 24 anni) che ha ispirato il libro del 1996 «Into the Wild» di Jon Krakauer e l’omonimo film del 2007 di Sean Penn con la colonna sonora di Eddie Vedder. Il bus abbandonato divenne meta di turisti e curiosi, troppi (in un paio di casi due morirono), per cui le autorità nel 2020 hanno deciso di rimuovere il leggendario veicolo. Se da una parte si pensa a valorizzare il relitto reputato innocuo da un punto di vista ambientale, dall’altra si sono cominciati a muovere i volontari dell’anima verde dell’associazione Acchiapparifiuti. Il suo fondatore e patron è Sergio Giovannini che subito ha mostrato la sua volontà di capire come poter togliere quella ferita arrugginita e molto ingombrante dal bosco.
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