Il Tirreno

Livorno

la cerimonia 

Un olivo in memoria di Giovanni Palatucci «È stato meraviglioso Ha salvato tante vite»

Simone Fulciniti
Un olivo in memoria di Giovanni Palatucci «È stato meraviglioso Ha salvato tante vite»

Suraci ricorda il questore di Fiume, “Giusto fra le nazioni” «Era per tutti un riferimento per l’umanità e l’impegno»

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Simone Fulciniti

livorno. Un olivo in memoria di Giovanni Palatucci, questore di Fiume e “Giusto fra le nazioni”, morto nel campo di concentramento di Dachau il 10 febbraio del ’45. Una breve cerimonia davanti alla questura di Livorno, appunto in via Fiume, per rendere onore a un uomo che seppe sacrificare la sua stessa vita col solo scopo di salvare quella di tante altre persone.

Oltre al questore, Lorenzo Suraci, hanno partecipato anche il sindaco Luca Salvetti, il rabbino capo Avraham Dayan e alcuni rappresentanti delle forze armate. «Salvare una vita umana è un grosso privilegio per chi compie il gesto – esordisce Suraci – Palatucci ne ha salvate parecchie in un periodo in cui si rischiava tantissimo, credo che sia un fatto meraviglioso».

Un momento di riflessione sviluppato sull’intero territorio nazionale. «Noi oggi, su indicazione del dipartimento di pubblica sicurezza, del capo della polizia, vogliamo ricordare il nostro collega piantando un olivo, l’albero della pace, proprio di fronte alla questura, in modo tale che il suo esempio possa sempre illuminarci». Mentre i giardinieri procedono all’istallazione, Suraci ricorda le nobili gesta dell’illustre collega. «Ultimo questore di Fiume, morto a 36 anni per mantenere fede ai suoi ideali. L’emanazione delle leggi razziali antisemitiche del ’38, lo vide schierato a favore dei cittadini ebrei, ma anche di coloro che, provenienti da altre nazioni occupate dai tedeschi, transitavano per il confine istriano. Nel marzo del 1939 sottrasse alla cattura della Gestapo 800 ebrei tedeschi in fuga dalla Germania nazista a bordo di un vapore greco». «Il suo incarico di direttore ufficio stranieri – prosegue – gli permise di trovare alcuni stratagemmi per mandare i perseguitati all’estero, verso paesi liberi, o nel campo di raccolta di Campagna, in provincia di Salerno. Dove era vescovo suo zio, monsignor Giuseppe Maria Palatucci». La sua opera di salvataggio si intensifica all’indomani dell’8 settembre 1943 «quando Fiume insieme alla Venezia Giulia a all’area istriana, venne annessa al Terzo Reich mediante una violenta occupazione militare».

Nel febbraio 1944 Palatucci diventa questore reggente di Fiume e garante istituzionale dell’Italia in quella zona. «Una questura con 300 uomini disarmati, che divenne riferimento di umanità e di salvezza per i cittadini senza distinzione alcuna». Rifiuta fino all’ultimo di mettersi in salvo «separandosi (per salvarla) dalla donna che avrebbe dovuto sposare, ebrea di origine slava. Oltrecinquemila furono le persone salvate da lui in quei sei anni». Un intervento dal potente impatto emozionale. Quindi la parola passa al rabbino Dayan, che attraverso citazioni in lingua ebraica, evidenzia lo spessore del Palatucci essere umano. «Una grande person, oltre che poliziotto: si legge nei libri sacri “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Perché chi viene salvato poi si sposa e da origine a una stirpe. Lui tenne un comportamento esemplare in tempo di guerra. Che merita assolutamente una memoria. L’albero, in questo senso, è un perfetto, visto che lascia radici. Che sia d’olivo ancor meglio, perché rimane sempre vivo, da frutti tutto l’anno. Un simbolo importante, per la pace, e per la vita. Specie in questa fase dove la speranza che abbiamo è quella di tornare alla tranquillità». —

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