Gioco
La grande guerra e la “spagnola”: cento anni fa il Gabbro pioniere nelle mascherine
Le donne quando andavano a Livorno a vendere polli e uova indossavano le sciarpe per proteggere la bocca e il naso
LIVORNO. Per non ammalarsi di “spagnola” (l’epidemia che durante la Grande guerra provocò oltre 50 milioni di vittime), le donne del Gabbro venendo in città a vendere polli e uova, usavano indossare solitamente una sciarpa per ripararsi bocca e naso. Cento e più anni fa, però, la conoscenza dei virus e del loro modo di trasmissione attraverso il respiro, erano praticamente nulle fra la popolazione.
Eppure, già a quei tempi, la saggezza popolare aveva percepito come tutta quella gente poteva sentirsi male attraverso l’unica via di comunicazione, ovvero l’aria che respirava. Ma per la cronaca, c’è di più. La fatica del viaggio, ovviamente a piedi con gli sportoni zeppi di mercanzia nelle mani, era notevole. E loro, per sopravvivere e portare soldi a casa, non potevano rinunciare a quel poco di guadagno. Dunque, come energetico, mettevano del tabacco in un sacchetto di tela appositamente costruito con ago filo ed appeso alla cintura. Trovavano giovamento e forza, prendendone via via un poco fra le dita ed annusandolo, inspirandone l’odore. Chissà chi glielo avrà detto. Eppure, al di là dell’indiscutibile saggezza tramandata da generazioni, l’ipotesi che le malattie fossero legate all’aria malsana risale a oltre duemila anni fa. Sì, perché questa sensazione era già conosciuta dalla medicina barbarica.
In seguito, i Norreni (Vichinghi), durante le epidemie che colpirono la Scandinavia, si difendevano coprendosi il volto, perché secondo la tradizione, il “Male” giungeva col fiato. Inoltre, si deve a loro il termine “Quarantena” od isolamento. Essendo infatti navigatori, quando tornavano dalle spedizioni, venivano isolati per quaranta giorni in quanto il “40” era un numero sacro per la loro religione. Nemmeno gli antichi Romani lo sapevano. Fu solo Plinio il Vecchio (circa 23-79 dopo Cristo) a descrivere l’uso di pelli di vescica animale per proteggere i lavoratori delle miniere dalla polvere di ossido di piombo rosso. Ne parlava Marco Polo nel 13° secolo con quelle di seta e filo d’oro quando, in Cina, si servivano i pasti all’Imperatore. Dal canto suo, Leonardo da Vinci inventò un panno immerso in acqua. La svolta si ebbe con la peste, maschere con naso adunco per i medici, riempite d’armi e spezie (Marsiglia) ed i becchini che trasportavano i corpi con stoffe avvolte attorno a naso e bocca contro i cattivi odori nell’aria. Nel Medio Evo, durante il quale la medicina era gestita nei monasteri, le donne delle erbe o streghe, più a contatto di altri con i malati, usavano coprirsi bocca e naso. Lo stesso Enrico VIII°, re d’Inghilterra, dovette gestire per due volte a livello politico un’epidemia, di cui allora non si conosceva niente, la cosiddetta “febbre anglica o inglese o sudor anglicus, poiché il malato sudava copiosamente.
La morte arrivava solitamente entro 48 ore. Se superava la fase critica, aveva qualche speranza di salvezza. In particolare, in occasione della drammatica “influenza” che dimezzò la popolazione a Londra, per preservare la monarchia si ritirò in campagna, pensando giustamente che l’aria salubre avrebbe evitato in qualche modo il peggio. Conosceva la storia? Forse sì, forse no. Una delle sue mogli, la regina Caterina d’Aragona, con le sue tradizioni arabo – spagnole ne usò invece una speciale, oggi paragonabile ad un “chador”.
Fu alla fine dell’800 che comparvero le mascherine in sala operatoria, incapaci di bloccare l’emissione del respiro sui lati. Cosa che avvenne nel 1910 con mascherine respiratorie a chiusura ermetica. Furono usate per la prima volta durante l’epidemia di “spagnola”. Il modello prevedeva una legatura dietro l’orecchio e filtro, prendendo spunto dalle maschere anti-gas. Fu invece un cinese che s’inventò una garza s aderente attorno al viso, Lien-Teh Wu. Da lì ad oggi il passo è stato breve. Oggi sappiamo tutto, anche decidere di non indossarle. Appare quindi chiaro come l’umanità si sia ingegnata, con i mezzi e i tempi di ogni generazione. È sempre stata una semplice intuizione, legata ad attente osservazioni. Ed allora ci chiediamo, ma al Gabbro chi ha portato la notizia? È più probabile, con pieno merito, che c’abbiano pensato da sé. —
Gian Ugo Berti
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