Gioco
Addio a Rotunno che fotografò sul set la Livorno magica delle “Notti bianche”
Livorno: il cinema perde un grande protagonista dell’epoca d’oro che con il suo sguardo dipinse anche la nostra città
LIVORNO. Fu lui a fotografare la Livorno più immaginaria e impalpabile, eppure tanto realistica nel suo gelido bianco e nero, che il cinema abbia mai raccontato. Il grande Peppino Rotunno, che se ne è appena andato a 97 anni dopo una carriera favolosa, fu infatti il direttore di fotografia delle “Notti bianche” di Luchino Visconti, tesoro del cinema italiano e anche simbolo dei simboli della Livorno formato grande schermo. Perché in realtà quella fotografata con grande talento da unpoco più che trentenne Rotunno che regalò a strade e fossi della Venezia un’atmosfera nebbiosa, teatrale e misteriosa non è la città vera ma la città ricostruita negli studi di Cinecittà. Una storia nella storia, quella di Livorno e “Le notti bianche” che fa il giro del mondo e del genio, partendo dal racconto di Dostoevskij ambientato a San Pietroburgo, passando per Castiglioncello dove Visconti e Suso Cecchi d’Amico idearono questa riambientazione, approdando alla Mostra del Cinema di Venezia per vincere il Leone d’Argento anche grazie all’interpretazione di Mastroianni. Fondamentale la fotografia di Rotunno che si muove nello scenario ricostruito come un pittore e certe inquadrature sembrano un quadro di Hopper, assenza del colore che parla più del colore.
Sbirciava da una porta, allora ragazzo, un altro grande fotografo del cinema, il toscano Luciano Tovoli, originario di Massa Marittima. «Con il mio amico Néstor Almendros ci infilammo abusivamente nel mitico Teatro 5 di Cinecittà, la prima cosa che vedemmo fu Rotunno che piazzava le luci e restammo incantati. In un film del genere il lavoro del direttore della fotografia, comunque sempre fondamentale nel cinema, era particolarmente importante: dare vita alle fantasie di Visconti, in studio, non tradire le elevate aspettative narrative, di qualità, che pellicole del genere avevano. Rotunno è stato uno degli ultimi grandi artigiani del nostro cinema, l’unico che registi del calibro di Fellini e Visconti hanno sempre voluto al loro fianco. Una grande persona, che negli ultimi vent’anni della sua vita ha voluto lasciare in eredità la sua professionalità recandosi ogni giorno al Centro Sperimentale di Cinematografia e trasmettendo il suo sapere ai giovami. Per me – ricorda Tovoli – è stato un grande amico, l’ho sempre stimato professionalmente e umanamente, veniva spesso a Follonica a trovarmi, amava il nostro mare, la Toscana. E anche se ha avuto l’onore di andare a lavorare oltreoceano, Hollywood non è mai riuscita a rapirlo, tornava sempre qui. Amava il suo lavoro e anche insegnarlo, incoraggiare i talenti che incontrava. Una grandissima perdita la sua scomparsa. E che emozione anche il ricordo di quel giorno sul set delle “Noti bianche”».
Ma prima di arrivare al set c’è la favola di questo film del 1957 con Livorno protagonista “ricostruita” mentre ancora, nelle sue strade vere, andava avanti la ricostruzione del dopoguerra. E non è un caso che non manchino le macerie nemmeno sul set di Cinecittà dove Marcello Mastroianni insegue l’amore impossibile di Maria Schell, tra ponti, fossi e barchette, persino i portici di via Grande e gli edifici antichi della Venezia. «Stavamo tutti da me a Castiglioncello. Luchino era ospite da me e arrivò Marcello Mastroianni – racconta Suso Cecchi D’Amico nel libro “Scrivere il cinema” – . Andavamo a Livorno, dove una parte della città è fatta di canali, e mi venne in mente che poteva essere l’ambiente per un racconto di Dostoevskij, con solo due personaggi. Mio padre suggerì “Le notti bianche”. Affare fatto… Mi feci mandare subito il libro…» . Il film però non si girò a Livorno bensì tutto al Teatro 5 di Cinecittà e il racconto di una città diventò già da solo un’opera d’arte a sé. Ma perché questa scelta? «Il regista voleva che tutto apparisse falso come una quinta di teatro – spiegò Mastroianni –. Per la nebbia non furono utilizzati i normali fumosi del cinema, ma chilometri di tulle che davano un’atmosfera più immobile». Così ancora una volta il cinema fece la magia e Livorno anche, con tutto il suo tulle intorno a renderla stranamente algida, altezzosa anche, ma comunque affascinante. —
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