Il Tirreno

Livorno

"Prigioniero" sulla nave in Cina per 14 mesi, il comandante è tornato a casa: «Finalmente nella mia Livorno»

Mauro Zucchelli
"Prigioniero" sulla nave in Cina per 14 mesi, il comandante è tornato a casa: «Finalmente nella mia Livorno»

Appena rientrato si è messo in autoisolamento, contento anche per esser riuscito a sbloccare la situazione per i suoi marittimi filippini  

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LIVORNO. «Felicissimo!». Una sola parola basta per descrivere davanti alle telecamere, all’atterraggio all’aeroporto di Fiumicino dopo il volo di rientro da Pechino, lo stato d’animo di Gabriele Padovan, comandante livornese della “Antonella Lembo”, la nave rimasta “prigioniera” al largo del porto di Huang Hua. Intrappolata, avendo a bordo 92mila tonnellate di carbone siderurgico australiano destinato alle banchine cinesi, nel fuoco incrociato di una guerra commerciale fra l’Australia e la Cina.

Il braccio di ferro fra i due contendenti non è affatto finito ma ora la mancata autorizzazione allo sbarco del carico non la pagano più i membri dell’equipaggio (anch’essi bloccati a bordo per lunghi mesi). Perlomeno in questo caso: «Già, perché – avverte il comandante livornese – noi abbiamo potuto far ritorno alle nostre famiglie, ho sentito il comandante dell’altra nave italiana bloccata e sembra di capire che anche per loro ormai sia questione di giorni. Però questa “guerra” sta bloccando altre settanta navi come la mia». Una “guerra” con cannonate pesanti per quanto simboliche: anche perché «il 30 per cento dell’export australiano è destinato alla Cina». Un po’ come se si bloccassero gli scambi commerciali fra noi e la Germania o la Francia…

Una sola parola: perché ogni volta che la domanda finisce per toccare sentimenti più personali, ecco che il comandante butta il pallone in calcio d’angolo. Si sbaglierebbe di grosso se qualcuno si immaginasse che al ritorno a Livorno sia andato a tuffarsi in mare al moletto di Ardenza, a comprare un “5 e 5” da Gagarin o a prendersi un ponce dal Civili.

In autoisolamento

«A dire la verità, le cose sono assai più prosaiche di così: ho noleggiato un‘auto per evitare di utilizzare i trasporti pubblici e sono arrivato a casa. Mi sono messo in autoisolamento, niente uscite né altro: me ne andrò a giro quando sarà possibile. Intanto, mi sono iscritto al sito regionale com’è previsto in questi casi e aspetterò cosa mi indicheranno di fare».

Nei tanti messaggi, Whatsapp, telefonate nell’arco degli ultimi due mesi, da quando è stata resa di dominio pubblico la sua vicenda, in uno dei rari momenti in cui parla di sé davanti al taccuino del cronista, Padovan sottolinea che «non è questa l’esperienza più complicata della mia vita a bordo delle navi». Il primo riferimento è a quella volta che a bordo di una nave che faceva l’andirivieni nel Canale della Manica fra le coste francesi e quelle britanniche: per fermare un uomo con manie di persecuzione che minacciava di buttarsi in mare aveva chiuso tutti i ponti, una volta in porto l’ha consegnato alle guardie, loro l’hanno lasciato andare e poco dopo s’è volato giù dalle falesie. Il secondo flash riguarda una storia di 35 anni fa: da giovane terzo ufficiale si è ritrovato «nel porto di Augusta fra i sequestrati a bordo perché l’impresa non aveva pagato»

Finalmente a terra

«Sono venuti a prenderci con il rimorchiatore, ci hanno fatto mettere le tute bianche, poi siamo scesi a terra», racconta il comandante. È stato questo l’epilogo di 14 mesi a bordo: «Non è normale un periodo così lungo, lo so: ma – aggiunge – forse perché conosco tante altre situazioni a bordo di altre navi, mi rendo conto che almeno noi abbiamo potuto contare sul fatto che ci pagavano lo stipendio, altri invece no».

Dev’essere per questo che, invece di soffermarsi sull’emozione del rientro, tiene a insistere sul fatto che «ho avuto notizia che, dopo di noi, finalmente si è sbloccata la situazione anche per i marittimi filippini che erano con noi». E aggiunge: «L’avevamo detto anche a loro: “noi ci impegniamo con le autorità italiane per farci rientrare, è una speranza anche per voi se noi riusciamo a fare da apripista in questa situazione”. Non so se sia stata l’ambasciata filippina a essersi attivata o se, come credo, quando abbiamo segnalato all’ammiraglio Giardino il problema che c’erano anche marittimi filippini, non sia stato lui ad attivarsi con i suoi contatti internazionali».

Sentirsi abbandonati laggiù in mezzo al mare della Cina? Padovan l’ha detto fin dal primo contatto: «Abbandonati noi? No, abbiamo sentito la vicinanza delle istituzioni». È intervenuto l’ammiraglio ispettore Luigi Giardino, uno dei più alti ufficiali del comando delle Capitanerie («in un giorno prefestivo nel giro di un’ora mi contattato personalmente dopo la mia mail»), è intervenuto il ministero degli esteri ai massimi livelli con il ministro Luigi Di Maio, sono scesi in campo l’ambasciatore Luca Ferrari e il console Luca Fraticelli ma anche il sindaco livornese Luca Salvetti come pure i sindaci delle città di provenienza dell’equipaggio italiano. E se Padovan è rimasto defilatissimo sui social, i suoi collaboratori no: «È stato utile per richiamare l’attenzione sulla situazione: io intanto lavoravo dietro le quinte».

La morale della favola

L’ultima sottolineatura è dedicata alla “morale della favola”: a quel che un comandante che da una vita naviga in mezzo agli oceani ha imparato da questa singolare storia nella singolarissima era del Covid: «Mi ha insegnato la resilienza. Bisogna essere ben quadrati, anche dal punto di vista del carattere, per far fronte a queste situazioni così imprevedibili: so che su altre navi c’è chi si è “perso”, chi si è rinchiuso in cabina e stop. Da ni no, ce l’abbiamo fatta a mantenere un clima di gruppo a bordo: abbiamo messo in chiaro con i filippini che la nostra vittoria poteva essere la loro vittoria: un varco anche per loro, insomma non significava affatto abbandonarli». Poi a nome di quanti vanno in mare: «Bisogna capire che se si fermano i marittimi si ferma il commercio mondiale, teniamone conto». —

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