Il Tirreno

Livorno

L'essessore della trasformazione del viale Italia a Livorno: «Un errore demolire le baracchine, ripensateci»

Juna Goti
L'essessore della trasformazione del viale Italia a Livorno: «Un errore demolire le baracchine, ripensateci»

Parla Matteoni, assessore alla cultura della  giunta Lamberti: "Gli chalet hanno dei problemi, ma buttarle giù non è la soluzione. E mi preoccupa che cosa sarà costruito dopo"

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LVIORNO. Quando nel 1998 e nel 2003 il sindaco Gianfranco Lamberti inaugurò la nuova Terrazza Mascagni e le baracchine del viale Italia, c’era lui alla guida dell’assessorato alla cultura: Dario Matteoni, storico e critico d’arte, è uno dei principali testimoni di quella trasformazione anni Novanta che ora in parte sta per essere cancellata.

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Tra pochi giorni il Comune inizierà a demolire le baracchine: che effetto le fa?

«Su questo ho una posizione netta. Stiamo assistendo sovente, non solo a Livorno ma a livello internazionale, alla demolizione di testimonianze dell’architettura contemporanea. Non è positivo: prima di prendere una decisione del genere bisognerebbe riflettere con attenzione sul restauro. La demolizione è sempre qualcosa di negativo, cancella memoria e testimonianze di un passato recente. Una decisione del genere forse meritava più attenzione».

Certo di questi chalet si è detto e scritto di tutto nel tempo: che sono nati male, che i gestori non hanno mai fatto la manutenzione. Qualcosa non ha funzionato?

«Le baracchine da quando sono state costruite hanno suscitato molte polemiche, molte nostalgie. Ma di fatto sono opera di un architetto, Toraldo di Francia, che ha fatto la storia dell’architettura radicale italiana. Certamente hanno avuto problemi, a cominciare dal fatto che non c’è stata manutenzione e sono state stravolte nel loro utilizzo. Tanti aspetti che non hanno contribuito alla conservazione ottimale del bene».

Chi ha deciso di buttarle giù le risponderebbe che ormai non stanno più in piedi.

«Sono tante le strutture che hanno problemi. Ma ripeto che la demolizione mi preoccupa. E mi preoccupa cosa verrà dopo. Non è una questione di poco conto. Quelle baracchine avevano un’idea architettonica ben precisa: creare un diverso rapporto tra il viale e il mare, una diversa trasparenza tra la vecchia pineta e la passeggiata, con piazze che dovevano essere spazi di aggregazione. È un dato di fatto. Non so cosa verrà dopo: forse prima di demolire bisogna avere un’idea chiara delle prospettive future». Un attimo di pausa: «Parliamo di realtà che hanno ormai vent’anni. Poi è vero, probabilmente i materiali... ma la vita di un edificio nella nostra epoca è ben diversa da quella degli edifici storici. È una vita che presuppone manutenzioni e restauri, che in questo caso non sono stati fatti. Un esempio è anche la Terrazza Mascagni: la prima cosa che dissi quando la restaurammo fu che avrebbe richiesto una manutenzione costante. È esposta al mare, ai venti, ne avrebbe avuto bisogno».

Invece è stato fatto solo in parte?

«Per la Terrazza non è stato fatto proprio. Non è che completato un restauro si chiude tutto e basta: un bene va curato costantemente. Non è bello vedere oggi vedere il degrado del lungomare e pensare alle demolizioni. Allora perché non demolire anche la Terrazza, per assurdo?».

Quindi lei cosa farebbe?

«Io farei un percorso diverso, ponendomi il problema di tornare a un’idea di architettura, capire se è sempre valida e se c’è il modo di restaurare. Certo con tanti problemi che si pongono, perché purtroppo le baracchine hanno avuto un uso successivo che parzialmente ne ha stravolto l’idea originale: erano baracchine, sono diventate ristoranti. Magari se ora si fosse chiamato un team di esperti non solo per la parte costruttiva ma anche per la parte architettonica e culturale...».

Ma come nacque negli anni Novanta quel nuovo lungomare?

«Con Lamberti volevamo rivisitare i punti di qualità della città. La Terrazza era in una situazione di assoluto degrado: la pavimentazione era distrutta, aveva perso la caratteristica di piazza sul mare con questa vaga intonazione metafisica. Le baracchine erano delle vere e proprie baracche, tutte nate e cresciute con una serie di abusi edilizi, e c’era una strada sterrata davanti. Si cominciò da lì a rivedere il waterfront della città. Anche su pressione degli stessi gestori che chiedevano di riqualificare le strutture. La scelta fu di adottare un linguaggio di architettura più contemporaneo e internazionale, senza le nostalgie che hanno invece poi caratterizzato molto le polemiche sul lungomare. Ogni epoca ha la sua cifra. Facemmo una scelta di modernità».

Oggi, per la prima volta dopo più di vent’anni, il Comune ha la possibilità di ridisegnare questo pezzo di città: c’è qualcosa che alla luce della sua esperienza consiglierebbe di fare o di non fare?

«Essere più prudenti nella scelta e costituire un gruppo di studio prima di andare avanti con la demolizione. Verificare anche ipotesi di recupero, magari facendo un concorso e chiedendo il contributo di architetti».

Sta dicendo di ripensarci.

«Assolutamente sì. Tra l’altro in Toscana ci sono architetti di livello ed esempi di intervento di restauro della contemporaneità da non trascurare. Dopodiché si può anche ipotizzare una demolizione. Però demolire per poi lasciare il vuoto porta al degrado; recuperare o lasciare delle tracce è un’altra cosa. Ricevo in continuazione petizioni per salvaguardare edifici degli anni venti, trenta, cinquanta...».

Però i livornesi questo non lo hanno fatto, non hanno levato gli scudi contro la demolizione.

«È vero. Forse c’è una disaffezione. Sicuramente il lungomare è sempre stato oggetto di polemiche. Ma in quegli anni con Lamberti c’era una spinta culturale forte che portò ad esempio alla riapertura del Goldoni: proprio il teatro fu restaurato con un recupero che metteva insieme modernità e tradizione. La copertura in vetro fu un atto coraggioso, le ipotesi che c’erano prima erano di demolizione dell’interno...». —
 

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di Redazione web