Il Tirreno

Livorno

«Mio padre deputato tuta blu in galera per gli operai ribelli»

Mauro Zucchelli
«Mio padre deputato tuta blu in galera per gli operai ribelli»

Aldo Arzilli dirigente Pci, leader della Cgil e parlamentare fra Livorno e Piombino Nell’anniversario della morte il racconto della figlia (con Berlinguer e Pertini)

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il ritratto

«Figurarsi che l’avevano accusato addirittura di insurrezione contro i poteri dello Stato: eppure chiunque l’abbia conosciuto sa che era una pasta d’uomo. Però era lui a guidare il Partito Comunista in quei giorni dell’estate ’48 in cui Piombino era in “fiamme” subito dopo l’attentato a Togliatti». “Lui” è Aldo Arzilli e se adesso la figlia Marcella apre l’album degli amarcord, è perché in questi giorni siamo a quasi mezzo secolo – 48 anni esatti – da quando il cuore generoso del padre si è arreso alla malattia. «Avevano cercato di ammazzare il numero uno del Pci e la tensione fra gli operai era altissima: e in una città-fabbrica questo vuol dire che era altissima dappertutto. Ero una bimba – è il filo rosso dei ricordi – ma me la rammento come fosse ora la fiumana degli operai che escono infuriati dallo stabilimento».

Nel centenario del Pci

Dentro questo lutto privato c’è anche la sensazione di una perdita collettiva, e viceversa: l’anniversario della morte cade proprio mentre si celebra il centenario di un partito che non c’è più, il Pci, ed è quello al quale Arzilli ha consacrato l’esistenza. Muore da deputato comunista, una “tuta blu” di fabbrica salita fino a Montecitorio ma rimanendo operaio nello stile di vita: dall’acciaieria veniva lui e veniva il padre, operai anche i nonni («però in un altro ramo della famiglia c’era stato anche un sindaco e piccoli proprietari terrieri»).

Anche lo stipendio da deputato non era quello attuale, e neanche la ricerca di status («prendeva 900mila lire al mese ma 500mila le consegnava alle casse del partito»). «Già allora però le differenze sociali si sentivano eccome, anche all’interno del Pci: una volta ci ospitò a Roma con gentilezza un collega parlamentare, comunista pure lui: eccoci piombati in un mondo opulento che neppure immaginavamo».

fra la fabbrica e la vita

La fabbrica resta centrale nella vita di Aldo come di tutti. «Noi vivevamo proprio appiccicati al muro dello stabilimento, quando c’era la colata si faceva di fuoco l’orizzonte e si illuminava tutta la stanza».

«Le accuse di insurrezione caddero perché proprio non stavano in piedi – dice la figlia – ma volevano che fosse chiara la lezione e alla fine fece due anni in prigione». L’esperienza del babbo in carcere è legata a un fotogramma di lei appena più che ragazza nella stanza del babbo nella sede del Pci: «Arrivò Togliatti, gli dissero che ero “la bimba di Aldo”. Mi dette un pizzicotto sulla gota e basta lì, né calore né nulla».

Barricadero proprio no. «Al contrario, proprio il carattere capace comunque di mediare lo porterà alla guida della Camera del Lavoro», dice. A questo punto nel racconto di Marcella Arzilli si apre un flashback: «Anni più tardi incontrai un ex poliziotto della Celere, mi disse: gran brava persona suo padre, glielo dico io che sono andato tante volte ad arrestarlo». Non lo pensava solo quell’ex celerino: Sandro Pertini, che pure non era comunista come Arzilli, lo commemora a Montecitorio con affetto («tutta la sua vita è stata una battaglia, sin dall’infanzia, in quella Piombino dove era nato da famiglia proletaria»).

le parole di berlinguer

Enrico Berlinguer, poco dopo esser diventato leader: «Ricorderemo sempre di lui la dedizione e l’impegno che hanno caratterizzato la sua lunga attività di combattente e di dirigente operaio nella Resistenza, poi nella direzione del partito all’Ilva, nella citta di Piombino e in provincia di Livorno». Senza contare che, insurrezione a parte, il nome di Arzilli è finito perfino negli annali della Corte Costituzionale: colpa di un duello giudiziario per via di uno sciopero degli autisti dei bus, allora c’era la mano pesante contro chi guidava le lotte sindacali.

Nel ’47 c’era stato un primo trasloco a Livorno («in via Ademollo, in quel palazzo senza nemmeno le scale»). Il trasferimento definitivo è del ’51 e lo decide il Partito («dopo la morte di Ilio Barontini c’era bisogno di una mano in federazione»). C’è qualche problema per la casa ma Aldo si rifiuta di cercare scambi o favori: «Diceva che un dirigente del Partito non poteva macchiarsi di qualcosa del genere». Ci penserà la moglie a trovare due sorelle che hanno bisogno di una casa al pian terreno e non vedono l’ora di venir via dal terzo piano senza ascensore, lo scambio lo farà mentre lui è in missione per il Pci.

il chirurgo di togliatti

Arzilli inizia a sentirsi male: gli diagnosticano coliche di origine nervosa e viene operato dal prof. Valdoni, il chirurgo di Togliatti. In realtà è un tumore. Per le trasfusioni c’è un continuo afflusso di portuali livornesi in ospedale a Roma per donare il sangue che gli è indispensabile. «Non c’erano tutti i controlli che ci sono adesso, è tramite quel sangue che contrae una epatite che degenererà in una cirrosi devastante».

Facciamo però un passo per volta. Ecco Aldo Arzilli convalescente che nel ’54 arriva per la prima volta in Unione sovietica. «Non aveva il paraocchi, – spiega la figlia – continuerà a credere nelle lotte operaie per la giustizia sociale ma in quei tre mesi si accorse che i lavoratori il paradiso non l’avrebbero trovato a Mosca. E al ritorno ce lo disse». Poi aggiunge: «Non guardiamola però solo con gli occhi di oggi: da bambina, sentendo il clima tutt’attorno, per la morte di Stalin avevo scritto una poesia dal titolo “Addio compagno Stalin”».

Aldo è in Urss in quel tempo sospeso fra la morte del dittatore e la svolta di Kruscev, intanto che i carriarmati sovietici schiacciano la voglia di libertà di Budapest. Lui, «amico di Nelusko Giachini ma tanto di Bino Raugi» non rompe platealmente col Pci, non è la grammatica che ha imparato. Ma forse le cose non le vede più come prima: passa dalla trincea del partito a quella del sindacato, lo troviamo «insieme a Valdo Del Lucchese» nel rinnovamento della Camera del Lavoro. Tranquilli? Mai. Sono gli anni della battaglia contro il ridimensionamento di una fabbrica da 2mila operai come il Cantiere, fino agli “accordi di Roma” dai quali avremo in cambio l’arrivo della Cmf.

«Diceva che chi ha responsabilità dirigenti di fronte ai lavoratori deve dare un esempio di vita: quando lui era in carcere campavamo con la busta paga di mio nonno operaio. La macchina, riuscì a comprarsela solo poco prima di morire, e a rate. In casa c’era sempre da far quadrare i conti perché non giravano tanti soldi: e anche quando arrivavano, l’indomani se li riprendeva. A mia madre diceva che in fondo avevano solo una figlia, me, e invece “c’è un compagno che ha sei bocche da sfamare”…».

«mi ha dato l’addio così»

L’ultima inquadratura è negli ultimi giorni di Aldo Arzilli in ospedale: «Fino all’ultimo ha tenuto fede agli impegni politici, era fatto così: tre giorni prima di varcare la soglia dell’ospedale era a un congresso. Gli facevo le nottate, una volta ho avvicinato la poltrona e mi sono appisolata: mi sono svegliata con mio padre che mi teneva la mano sulla testa. È stato il suo modo per dirmi addio. Al suo funerale vedrò mezza Livorno: lui con la politica e con il sindacato era stato al fianco delle fatiche di tante persone, ora le ritrovava ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio». —

Mauro Zucchelli

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