Gioco
«Macché Bronx, sono solo i figli di famiglie disattente»
Mauro Zucchelli
livorno. Alla Scopaia c’è il gruppetto di adolescenti che se la prende con don Gregorio Baryn e gli spacca sulla testa l’assicella della recinzione. Tre anni fa lì c’era una gang di ragazzetti che mettevano ogni energia nel vandalizzare qualsiasi cosa. Se torniamo ancora un po’ più indietro nel tempo ecco il bus della linea 3 e le fermate Ctt fatte a pezzi un giorno sì e l’altro pure. E poi: una decina di anni fa la prima baby gang, anzi perfino prima. Impossibile che siano gli stessi: quelli della prima ondata avrebbero già i figli in prima elementare. E allora, cosa accade?
«No, non credo proprio sia un gruppo stabile e strutturato», dice don Raffaello Schiavone, da più di dodici anni alla guida della super-parrocchia dei Tre Arcangeli che include Scopaia, Leccia, Salviano e Collinaia: «Non credo siano amici, e magari nemmeno stiamo parlando di complici in bravate e vandalismi».
Dunque, a cosa siamo di fronte in questa periferia? «Semmai – dice il parroco – è come uno “spazio franco” in cui arrivano giovani anche da altri quartieri: non sempre gli stessi e nemmeno raggruppati ma solo fisicamente l’uno accanto all’altro. Magari per infischiarsene delle regole anti-contagio che stanno mandando in tilt tanti ragazzi, magari sapendo che qui nessuno gli dice nulla».
Don Schiavone non pensa nemmeno a un identikit da Bronx: «Bisogna evitare di andare per cliché e demonizzazioni del tutto ideologiche senza sapere di quel che si parla. L’abbiamo visto in occasione dell’altra volta, tre anni fa, in cui richiamai l’attenzione della città su questa zona: magari ci sarà anche qualche ragazzino che ha alle spalle una famiglia particolarmente disagiata, in realtà più spesso sono famiglie normali. Però un po’ disattente, diciao così: non si preoccupano più di tanto se il figlio adolescente è fuori fino alle tre di notte senza sapere né dov’è né a fare cosa».
A giudizio di don Raffaello c’è bisogno che «nessuno si giri più dall’altra parte, a cominciare dalle istituzioni ma nemmeno fra i cittadini»: e non basta un giro di volante dalla strada, «gliel’ho fatto vedere ai poliziotti dove ci si può nascondere quelle rare volte che qualcuno si fa vedere da queste parti»
Ovvio però che la questione chiami in causa l’impegno sul fronte dell’ordine pubblico. «C’è bisogno – afferma – di garantire la sicurezza, e non dico al prete ma a qualunque cittadino: quel che è accaduto a don Gregorio poteva accadere a chiunque. Ad esempio, l’illuminazione degli spazi pubblici è un deterrente? Ma c’è un po’ sì e un po’ no: là dove manca ora la parrocchia s’è arrangiata a mettersela per conto proprio. Però, l’ho detto e lo ripeto, è un problema prima di tutto educativo».
Al tirar delle somme, ricorda quanto accaduto la volta scorsa in cui ha suonato l’allarme coinvolgendo questore, vigili urbani e prefetto. «Si è arrivati a una riunione con l’assistente sociale, c’era da discutere con 15 famiglie cosa fare per le intemperanze continue dei figli. Quante se ne sono presentate? Due». —
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