Gioco
In ricordo di Gigliola uccisa a sei mesi nel lager di Auschwitz
Sul marciapiede di via Verdi una nuova “pietra d’inciampo” La bebè ha visto soltanto internamento e deportazione
LIVORNO. Difficile trovare qualcosa di disumano quanto quel che è accaduto a Gigliola Finzi, bebè di sei mesi uccisa a Auschwitz. Nella Giornata della memoria quest’anno è lei a essere ricordata dall’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio e della Comunità ebraica insieme a Diocesi, Comune e Istoreco: la “pietra d’inciampo” è stata collocata ieri davanti all’abitazione della sua famiglia in via Verdi 25. Ma quella è stata la sua casa solo simbolicamente: nella sua brevissima esistenza, tranne i primi vagiti nell’ospedale di Roccastrada non ha visto altro se non il campo di internamento a Roccatederighi (in un’ala del seminario), poi il campo di concentramento di Fossoli, infine la deportazione a Auschwitz.
Non basta. È Frida Misul a raccontare quell’arrivo a Auschwitz: si sente un pianto di bimba, un soldato tedesco infastidito la strappa alla mamma e «la scosciò davanti agli occhi inorriditi della madre e di noi tutti». Il babbo Natale e il nonno Erasmo si ribellano: ammazzati sul posto. La mamma Berta Della Riccia ha perso i sensi, per lei la morte è rimandata di poco. Di tutta la famiglia non tornerà nessuno.
Il prefetto Paolo D’Attilio e la responsabile locale di Sant’Egidio Anna Ajello hanno parlato della memoria come «vaccino contro odio, guerra e razzismo». L’assessore Simone Lenzi ha ricordato che «Livorno senza ebrei non esisterebbe, la nostra città è nata con gli ebrei». Il presidente della Comunità ebraica livornese Vittorio Mosseri ha invitato a «uscire dalla contrapposizione “io, noi, loro”» ricordando che «di recente il nostro rabbino è stato offeso al mercato».
La direttrice di Istoreco, Catia Sonetti, ha sottolineato che «la Shoah e le leggi razziali non furono un incidente ma la conseguenza di tanti passi: e le ricerche storiche ci dicono che a Livorno la tragedia è stata più grande di quanto ci raccontiamo». È stata poi Edi Bueno, 90 anni, a rievocare la discriminazione quotidiana: come quella volta che le negarono perfino il gelato in quanto ebrei. Dopo gli interventi della direttrice didattica delle Benci e di rappresentanti di Sant’Egidio, sono stati deposti i fiori alla “pietra di inciampo” per Gigliola Finzi, di fronte alla casa nella quale avrebbe potuto abitare ma non ha mai abitato, mentre il rabbino di Livorno ha letto un salmo per chiedere aiuto a Dio per il futuro e per ricordare quel milione e mezzo di bambini ebrei uccisi nella Shoah. —
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