Il Tirreno

Livorno

giornata della memoria

Gigliola, bebè livornese uccisa a sei mesi a Auschwitz: ha visto solo internamento e lager

Mauro Zucchelli
La deposizione di fiori accanto alla "pietra d'inciampo" dedicata a Gigliola Fiunzi, uccisa a sei mesi a Auschwitz
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La deposizione di fiori accanto alla "pietra d'inciampo" dedicata a Gigliola Fiunzi, uccisa a sei mesi a Auschwitz

Quest'anno la "pietra d'inciampo" è stata collocata in via Verdi: nella casa in cui Gigliola Finzi non ha mai potuto vivere. Dopo i primi vagiti all'ospedale, l'internamento nel "campo" in Maremma (in un pezzo di seminario), il campo di Fossoli e la deportazione a Auschwitz. Dov'è assassinata in modo atroce

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LIVORNO. Avesse senso mettersi a fare la classifica degli orrori, difficilmente potremmo trovare qualcosa di disumano quanto quel che è accaduto a Gigliola Finzi, una bebè di sei mesi assassinata a sangue freddo a Auschwitz. Adesso, nella Giornata della memoria quest’anno è lei a essere ricordata dall’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio e della Comunità ebraica insieme a Diocesi, Comune e Istoreco in ricordo della deportazione degli ebrei livornesi: la “pietra d’inciampo” è stata collocata ieri davanti all’abitazione in cui Gigliola non ha mai potuto vivere.

In via Verdi 25 c’era l’appartamento della sua famiglia. Ma quella è stata la sua casa solo simbolicamente: nella sua brevissima esistenza, tranne i primi vagiti nell’ospedale di Roccastrada non ha visto altro se non il campo di internamento a Roccatederighi (in un’ala del seminario vescovile dato tragicamente in affitto come reclusorio), poi il campo di concentramento di Fossoli, infine la deportazione a Auschwitz.

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È Frida Misul a raccontare quell’arrivo a Auschwitz. Eccone un brano del diario (il Comune di Livorno lo ha pubblicato suddiviso fra prima parte, seconda parte e terza parte): «Era un inferno, ossia un passaggio nell'aldilà dopo atroci sofferenze. Immediatamente gli uomini vennero separati dalle donne e dai fanciulli, ordinarono loro subito di mettersi in fila ed in cammino e altrettanto fecero con noi che sfilavamo dinanzi a quelle canaglie. Alle mamme vennero subito strappati i bambini dalle braccia. Gettarono queste creature piangenti sul camion come fossero immondizia. Così, dopo tutta la selezione, rimanemmo 65 ragazze, tutte robuste. Ad un certo punto, prima di aspettare l’ordine per incamminarci di nuovo, un tedesco, per caso, vide che una delle ragazze teneva un grosso involto tra le braccia. Le fu intimato di far vedere che cosa c'era dentro e questa, tutta sconvolta e tremante, aprì uno scialle nero di lana e apparve una bella bambina di circa sei mesi. La madre supplicò tanto il tedesco di non farle del male e chiese di andare dove sarebbe andata sua figlia per seguire lo stesso destino. Ma il tedesco con un grande sogghigno prese la povera creatura, le strappò i poveri stracci di dosso e poi, con grande sveltezza, la scosciò davanti agli occhi inorriditi della madre e di noi tutti. La povera donna non sopportando il grande dolore, cadde subito morta ai nostri piedi. Questa signora era livornese come me, si chiamava Berta Della Riccia. Fu arrestata assieme ai suoi familiari per essere condotta ad Auschwitz. Di tutta la famiglia non è rimasto alcun superstite, perché tutti furono uccisi nelle camere a gas».

È questa la “stolpersteine” numero 18: la prima è stata posizionata, sempre per iniziativa della Comunità di Sant'Egidio nel 2013 in nome della volontà di lasciare una testimonianza sempre visibile che spinga alla «costruzione di una città e di una società, più umana e giusta». Per questo – è stato sottolineato dagli organizzatori – la manifestazione «coinvolge le scuole di ogni ordine e grado e i “nuovi cittadini”, ragazzi e lavoratori immigrati (con le loro famiglie), la cui conoscenza della Shoah non è scontata né sempre condivisa».

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Le altre 17 “pietre d’inciampo”? Nel 2013 sono state dedicate a due bambine ebree Franca Baruch e Perla Beniacar, un ragazzo, Enrico Menasci, e suo padre Raffaello. Altre due l’anno successivo: con i nomi di Isacco Bayona e Frida Misul, «testimoni dell'orrore della Shoah per almeno due generazioni di studenti livornesi». Nel 2015 quelle per Dina e Dino Bueno, nel 2017 quelle per Ivo Rabà e Nissim Levi, nel 2018 quella per Matilde Beniacar, ultima sopravvissuta livornese ai campi di sterminio. Infine, lo scorso anno  quattro sono state messe in via Strozzi (dedicate a Rosa Adut, Abramo Levi e i loro due figli Mario Mosè e Selma) e due in via del Mare (intitolate a Pera Galletti e a sua figlia Lia Genazzani).

Nella cerimonia di posa della “pietra” bronzea il prefetto Paolo D’Attilio ha parlato della memoria come «un vaccino per evitare che certe vicende si ripetano». Per la responsabile locale di Sant’Egidio Anna Ajello è «il richiamo del più grande vaccino che ci hanno lasciato le generazioni precedenti, il vaccino contro l’odio, contro la guerra, contro il razzismo». L’assessore Simone Lenzi ha ricordato che «Livorno senza ebrei non esisterebbe, la nostra città è nata con gli ebrei, l’eredità ebraica è nella nostra cultura».

Il presidente della Comunità Ebraica livornese Vittorio Mosseri ha invitato a «uscire dalla contrapposizione “io, noi, loro”» ricordando che «di recente il nostro rabbino è stato offeso al mercato». La direttrice di Istoreco, Catia Sonetti, ha sottolineato che «la Shoah e le leggi razziali non furono un incidente ma la conseguenza di tanti passi: e le ricerche storiche ci dicono che a Livorno la tragedia è stata più grande di quanto ci raccontiamo». È stata poi Edi Bueno, 90 anni, a rievocare la discriminazione quotidiana: come quella volta che le negarono perfino il gelato in quanto ebrei. Dopo gli interventi della direttrice didattica delle Benci e di rappresentanti di Sant’Egidio, sono stati deposti i fiori alla “pietra di inciampo” per Gigliola Finzi, di fronte alla casa nella quale avrebbe potuto abitare ma non ha mai abitato, mentre il rabbino di Livorno ha letto un salmo per chiedere aiuto a Dio per il futuro e per ricordare quel milione e mezzo di bambini ebrei uccisi nella Shoah.


 

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di Redazione web