Il Tirreno

Livorno

La palestra ribelle chiude «costretta dal questore»: «Ha spaventato i clienti, chiederemo i danni»

Stefano Taglione
A sinistra il responsabile comunicazione della GimFive, Federico Milieni. A destra il questore di Livorno, Lorenzo Suraci
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A sinistra il responsabile comunicazione della GimFive, Federico Milieni. A destra il questore di Livorno, Lorenzo Suraci

Livorno, allo studio della GimFive (che aveva aperto infrangendo la legge) addirittura una richiesta di risarcimento nei confronti di Lorenzo Suraci: «Anche se stiamo violando il decreto non può dire alle persone di non venire"

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LIVORNO. Avevano annunciato di «non mollare mai», tenendo aperta la palestra nonostante l’emergenza coronavirus per sfidare il Governo Conte contro le chiusure dei centri fitness. Ma nella mattinata del 20 gennaio si sono dovuti arrendere: «Perché le parole del questore Lorenzo Suraci, che ha minacciato di sanzionare i nostri clienti che fossero stati sorpresi ad allenarsi, ci hanno fatto terra bruciata. Ci ha tagliato le gambe e con i nostri legali stiamo studiando la possibilità di causa per il risarcimento dei danni».

Federico Milieni, il responsabile della comunicazione della catena GimFive, non usa giri di parole. E continua a sfidare, stavolta a parole, la questura di Livorno: «Anche se il Dpcm dispone la chiusura delle palestre – prosegue – il questore non può certo invitare i nostri clienti a restare a casa. La nostra è una ribellione pacifica e in altre realtà, come Pontedera, rimaniamo aperti. Pensare che un nostro tesserato di Prato si è fatto 70 chilometri per venire ad allenarsi. Purtroppo a Livorno, dopo le parole di Suraci, da noi non è venuto più nessuno», ha detto al Tirreno e, in mattinata, in una conferenza stampa organizzata su Facebook insieme all’amministratore delegato dell’azienda, Patrich Dotti.

Nella struttura di via Magnozzi, nel quartiere di San Marco, dopo la multa ai cinque abbonati che si erano presentati lunedì mattina per fare addominali e flessioni non si è vista più anima viva. Solo poliziotti, carabinieri e agenti municipali, che puntuali ogni mattina e pomeriggio arrivano per i controlli con in testa Domenico Sannino, il responsabile della sezione amministrativa della questura: «Umanamente quello che sta succedendo mi dispiace – dice il questore Suraci – perché anche io sono un abituale frequentatore della palestra. Però la legge dice così e impone alle persone di non allenarsi al chiuso. È consentita solo l’attività fisica all’aperta, individualmente. Noi ci siamo limitare a fare i controlli e il mio appello non era una minaccia, ma la semplice applicazione delle nostre verifiche».

La palestra, venerdì scorso, era stata sanzionata una prima volta per aver disatteso le disposizioni governative, riaprendo in piena pandemia. Sabato è filato tutto liscio, visto non ci sono stati controlli, «perché eravamo impegnati in altre attività», aveva spiegato Suraci. Domenica è rimasta chiusa, mentre lunedì mattina otto fra agenti e militari si sono presentati all’interno multando la società e cinque abbonati (per 400 euro ciascuno, «già pagati», ha spiegato il questore) e disponendo la chiusura dell’attività per cinque giorni (fino a domani). I poliziotti – con la municipale e il personale dell’Arma – sono poi tornati nel pomeriggio incollando con lo scotch il cartello che ne annunciava la chiusura, rimasto sempre al suo posto. Poi martedì le verifiche sono proseguite regolarmente, con l’unica personale al lavoro che nella mattinata si è giustifica dicendo che stava «facendo le pulizie». Una scusa, chiaramente, visto che al Tirreno la stessa ha dichiarato che la struttura era aperta. Così la polizia ne ha preso atto e il pomeriggio si è ripresentata a San Marco, spiegando che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe tollerato una situazione simile.

Così, siamo a ieri, la palestra alle 9 non ha più riaperto. Ufficialmente per l’appello del questore. Di fatto anche perché sarebbe potuta scattare la denuncia penale per inosservanza dei provvedimenti dell’autorità e per non aver rispettate le prescrizioni in materia sanitaria. A Vignola, ad esempio, la GimFive ha subìto un sequestro preventivo. Mentre anche a Perugia e Modena ha chiuso due centri su quattro. Anche Grosseto ha abbassato le serrande, così come a Livorno. Mentre resta aperta Pontedera, «perché c’è afflusso». In via Magnozzi no. Lì si chiude. Perché dove non è arrivato il codice penale «è arrivato il questore – conclude Milieni – terrorizzando la nostra clientela». —

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di Redazione web