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Tirrenica, ferrovie e aeroporti: i muri di gomma e le risposte che mancano

Stefano Tamburini
Tirrenica, ferrovie e aeroporti: i muri di gomma e le risposte che mancano

Il gioco è quello di lobby più o meno nascoste per fare affari con gli appalti delle nuove strutture, per prendere il meglio e poi si vedrà

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Non c’è solo passione, impegno civile, difesa dell’identità nella lettera che il sindaco di Scandicci, Sandro Fallani, mi ha scritto sul far della sera di giovedì per esprimere un garbato rammarico per l’accostamento forzato – l’ultimo della serie – di un personaggio scomodo alla sua città solo perché eletto in quel collegio senatoriale. Sì, c’era da contestare la faciloneria di una semplificazione che sui giornali e non solo porta a identificare con la sua città Matteo Renzi, il leader del “due virgola qualcosa” più impopolare del momento. Il senatore trasformato nello sciamano di Scandicci, come per dire “se sei di Scandicci, sei quello che vorrebbe essere chissà che e invece...”

Ecco, il sindaco in quella lettera non solo difende orgogliosamente l’identità di una città di per sé schiacciata dal rischio di essere periferia di Firenze, ma rivendica l’essere capitale della pelletteria europea, esempio di laboriosità, competenza e volano di ricchezza. E rappresenta quel che tanti altri hanno fatto con i luoghi dove sono stati eletti, con un salto di vocale. Da “senatore” a “sentore”, nel senso che quel parlamentare dopo esser stato eletto, lì non si è visto più. Non è l’unico, purtroppo sono i più quelli che fanno così. Il sindaco Fallani gli contrappone quella che per lui è l’eccellenza di Scandicci da presentare con orgoglio, il “Bobo” di Sergio Staino.

Ho ringraziato il sindaco per quella lettera e oggi ne parlo ancora per sottolineare la nobiltà di un lavoro complesso. Quello di amministrare, rappresentare una comunità con la missione di farla crescere.

Certo, i sindaci non sono tutti così. Ci sono anche i “secondi cittadini”, quelli che prendono ordini dal potente di turno o da un sistema di potere: loro sono seduti nell’ufficio principale del Municipio ma chi comanda è altrove. E ci sono anche quelli che, non solo nelle stanze del Palazzo, anche inconsapevolmente, finiscono per alimentare un gigantesco gioco delle tre carte, fatto con documenti e soldi quasi sempre finti che appaiono e scompaiono, con promesse che profumano di bugie. E quel “ carta vince carta perde ” sempre beffardo, rappresenta lo scenario che unisce tante storie tristi che anche questa settimana hanno accompagnato le nostre cronache e le nostre inchieste. E, purtroppo, il filone non si esaurisce qui.

Questo giornale non dà spazio all’annuncite fine a sé stessa, alla politica del “faremo, brigheremo, finanzieremo”. Lo fa pur sapendo che non tutti i protagonisti di questo teatrino sono uguali, come dimostra la missiva del sindaco di Scandicci. La politica non è solo quel “sangue e merda” della definizione amara di un padre nobile del socialismo italiano, Rino Formica. Talvolta è anche impegno, ingegno, generosità. Va specificato solo per evitare letture superficiali da “contropolitica” o da qualunquismo.

Poi però bisogna entrare nella carne degli accadimenti, tagliarli a fette e assaporarli senza gli aromi dolciastri della compiacenza. Ed è a questo punto che la sensazione di fondo resta quella di un territorio – la Toscana costiera – vittima, giorno dopo giorno, non solo di antiche battaglie e di scelte scellerate legate a logiche di altre epoche politiche.

Andiamo a ritroso e partiamo dall’ultimo schiaffo. Quello del finanziamento scomparso per cominciare a tentare di realizzare l’“autostradina”, il rattoppo dell’Aurelia. C’è di mezzo la solita burocratija , una sorta di metastasi che toglie energie vitali, uccide ogni sforzo di cambiamento. Spesso è crudele e ancor più sovente è alibi per una classe politica che – con rare e lodevoli eccezioni – riesce solo a fare e disfare. Quei 187 chilometri mancanti, gli unici, nella rete europea, quell’autostrada fantasma che si trasforma in promessa di “autostradina” rappresentano la storia esemplare della sconfitta generale di un mondo autoreferenziale che ha usato quei chilometri di sprechi e morte per autoalimentarsi senza ottenere risultati. Nulla di personale contro Marco Simiani, responsabile infrastrutture del Pd, che almeno ha il pregio di metterci la faccia e tentare di spiegare un pasticcio che non è il suo. Tira in ballo “questioni tecniche”, ritardi nella nomina di un commissario che impediscono l’ultimo passaggio (di questa serie) per arrivare a finanziare la prima parte di un progetto che comunque richiederà tanti altri interventi. Se ne parla dal 1968 e questo troppo spesso sfugge a chi affronta il tema con toni inutilmente trionfali. Stessa cosa per il Lotto zero di Livorno, il tratto che renderebbe solo storia il passaggio del Romito, e la bretella 398 che potrebbe collegare finalmente in modo civile Piombino al resto del mondo. Specie su quest’ultimo scenario si è consumata negli anni una commedia triste, con fenomeni di ipnosi collettiva anche sul piano elettorale. Questo è un flagello che si accompagna a quello dei “senza pudore”, i gestori di servizi scadenti che somigliano a quei commercianti di cinquant’anni fa che lasciavano cadere dall’alto il cartoccio con il prosciutto e quando atterrava sulla bilancia lo sfilavano al volo non appena aveva marcato forzatamente un peso superiore al reale. Personaggi oggi scomparsi – ma solo da pizzicherie e norcinerie e purtroppo non dallo scenario politico – al cospetto dei quali bisognava avere mille occhi, perché potevano fregarti in ogni momento.

È un po’ quello che si prova durante la lettura dell’inchiesta che abbiamo appena avviato sul tema “C’era una volta la Toscana delle ferrovie”, che non sottolinea solo la consueta disparità della qualità del servizio fra Firenze e il resto della regione. Emergono disservizi e incidenti da record, appalti un po’ così, orari truccati, sprechi miliardari. E spicca la beffa del taglio di treni e dei mancati rimborsi agli abbonati. Addirittura si parla di soldi mai restituiti a fronte di mesi senza servizio.

È un muro di gomma, questa vergogna ancora senza risposte, con Trenitalia e Rfi che nei rari contatti informali citano una delle massime tristemente famose di Giulio Andreotti: La smentita è una notizia data due volte ». In realtà hanno ben poco da smentire e questa arroganza verso il cittadino ancora una volta considerato suddito non provoca neanche un minimo di vergogna. L’agitazione resta solo quella di chi subisce queste angherie.

Va anche peggio, invece, con l’assalto del Partito Peretola forever che in modo sempre più aperto vuol succhiare linfa vitale dall’altro scalo toscano, quello di Pisa. Ormai il gioco è chiaro: ci si fa scudo con la concorrenza di Bologna per giustificare un potenziamento di Firenze tentando di inquadrarlo con un sistema del doppio aeroporto.

Che si accompagna con sabotaggi indiretti, come quello del People Mover, il trenino che ha preso il posto di quello che ben funzionava per affossare Pisa due volte. La prima danneggiandola con un servizio degno del peggior Tafazzi (per chi non lo ricordasse, un personaggio tv che si automartellava i cabbasisi), la seconda minando i conti pubblici con i costi di quel servizio.

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Il vero problema è proprio questo: il peggio non è ancora emerso. Il gioco è quello di lobby più o meno nascoste per fare affari con gli appalti delle nuove strutture, per prendere il meglio e poi si vedrà. Ci sono anche storie di politici e amministratori che sono scesi in campo con la maglia della propria squadra e si sono scansati mentre gli altri attaccavano o, peggio ancora, hanno tirato la palla nella propria porta.

Seguiteci nei prossimi giorni per queste e altre inchieste. Vi spiegheremo molte cose brutte, purtroppo.

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di Redazione web