Gioco
Livorno e gli anni Ottanta, la decrescita dell’isola infelice era già iniziata allora
In quel perido, ad esempio, i conti in banca erano messi assai peggio di ora. E sul finire di quel decennio la nostra provincia era pur sempre solo a metà classifica nella graduatoria della ricchezza
LIVORNO. Chissà se c'è mai stata la “Livorno da bere” negli anni '80: certo che in via Marradi o in piazza Cavallotti era difficile immaginarsi di vedere Inès de la Fressange o Brooke Shields come a Montenapoleone o in San Babila. Semmai inciampiavi nei container che spuntavano ovunque: erano diventati la nostra cuccagna (e la nostra maledizione). Ma proprio dappertutto, compresi pezzi dell'ex periferia nord che a ridosso della cinta portuale sembravano appena usciti dalla guerra.
C'era da inventarsi dove mettere questi “scatoloni” metallici che stavano rivoluzionando il modo di far viaggiare la merce: figurarsi che la capacità di Italo Piccini, “consolissimo” dei portuali, di intuire il futuro e puntare su questa novità è quel che ancora oggi, nella Livorno così deindustrializzata, dà da mangiare a più di un migliaio di famiglie.
Nel giro di una dozzina di anni i contenitori si erano moltiplicati per 40-50: all'inizio degli anni '80 qui da noi ne erano passati 406.812. Tanto da fare di Livorno il primo porto del Mediterraneo: lo saremo anche nel 1986 e nel 1987. Fra i primi venti scali al mondo per l'andirivieni di contenitori (ora i teu sono il doppio ma gli altri hanno galoppato ben più di noi e siamo lontani anche dall'elenco dei primi cento).
Attenzione però a non farsi l’idea che fosse il regno del Bengodi. Sul finire di quel decennio la nostra provincia era pur sempre solo a metà classifica nella graduatoria della ricchezza: appena una quindicina di zone di tutta l’Italia a nord di Roma se la cavavano peggio di noi (eravamo al 44° posto allora, siamo al 50° adesso dopo una crisi economica che pare infinita). Anzi, in quegli anni i conti in banca dei livornesi erano messi assai peggio di ora: nel 1988, ad esempio, erano in media poco più della metà di adesso.
È come se in quegli anni fosse cominciato lo smottamento che poi nel decennio successivo avrebbe portato alla trasformazione choc: via le Partecipazioni Statali, di colpo nel volger di un pugno di stagioni le grandi fabbriche sarebbero passate dall’ombrello protettivo dell’industria pubblica al mare aperto delle multinazionali. Le fabbriche delle partecipazioni statali hanno nel 1983 un esercito di 4.325 addetti, quattro anni più tardi sono già meno della metà (2.037). Dipende soprattutto dal fatto che la Spica, a pochi anni dal salto dalla sede di Collinaia a quella di via Enriques con l'ammodernamento delle linee, in meno di dieci anni passa dall'industria di Stato (Alfa Romeo) a quella privata (Fiat Auto) e di colpo alle multinazionali (Trw e Delphi).
In realtà non è solo un passaggio delle leve di comando: è la ristrutturazione aziendale delle fabbriche arriva qui da noi con un decennio di ritardo e fa strage di operai. L’emblema della mutazione è di nuovo la Spica: nel 1982 tocca il record di 2mila addetti – quasi il doppio dell’insieme di tutte le fabbriche di componentistica auto rimaste in piedi ora – e invece arriverà a malapena a 920 una dozzina di anni più tardi al momento del trapasso in mani americane.
Non è stato uno sfortunato caso isolato: a fine anni '80, rispetto anche solo a sei-sette anni prima, ci si ritrova con organici dimezzati alla Cmf (da 774 a 376), alla Borma (da 346 a 172), alle Officine San Marco (da 661 a 312), alla Cementir (da 181 a 101) e alla Lips (da 94 a 50). È in questo decennio che si forma la slavina del declino industriale nel comprensorio Livorno-Collesalvetti: precipita giù del 47% il numero delle unità produttive e del 36% quello degli addetti.
Qualcosa franava sotto i piedi. Siamo a un niente dalla svolta della Bolognina con cui si arriverà alla cancellazione della falce & martello, eppure alla metà degli anni ’80 qui, nella cittadella più rossa d’Italia, il consenso al Partito comunista sembra inox: dall’onda lunga di metà anni ‘70 a tutto il decennio successivo non passa votazione che non veda volare il Pci al di sopra del 50% (unica eccezione il Senato ’89). Di più: nemmeno nella “grande avanzata” del ’76 i voti a Livorno sono così tanti come a fine primavera ’84: i comunisti da soli raccolgono sono al di là del 56%, mai accaduto se non sulla scia della Liberazione. E intanto sale alla ribalta una nuova generazione di amministratori la cui legittimazione non può più essere la Resistenza.
Livorno ha appena toccato il record di abitanti, un urbanista rigoroso come Italo Insolera ha in mano la matita del nuovo Prg. Finirà come sempre con un piano regolatore schiantato nel momento del debutto dalla maxi-variante che aprirà la porta ai nuovi quartieri della Leccia e della Scopaia.
Non basta. Sono anche gli anni in cui la diffusione della dipendenza da eroina fa strage nella generazione che non ha più alle spalle l’effervescenza della ricostruzione post-bellica. Livorno è la prima città che si darà una comunità terapeutica pubblica per aiutare i tossicodipendenti ma lo farà proprio perché, anche in virtù della presenza del porto, qui il flusso di sostanze stupefacenti è imponente. Diventa il “termometro” di un disagio esistenziale, è anche la fonte di reddito di fronte al fatto che l’industria che smette di assorbire manodopera. —
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