Gioco
Il rombo delle moto per dire addio al campione di cross: "Ciao Massimo, guida in cielo"
L’ultimo abbraccio all’ingegnere stroncato da un malore a 60 anni durante un giro sui sentieri della Valle Benedetta
LIVORNO. L’eterno riposo può attendere un’ultima “fumata” con gli amici. Ieri pomeriggio i compagni di mille scorribande di Massimo Storai hanno accompagnato in un trionfo di sgasate il feretro de “Il Campione” , l’ingegnere sessantenne scomparso a dicembre per colpa un malore mentre si trovava in sella alla sua amata Ktm 300, in un rombante “anello” intorno alle auto parcheggiate al cimitero dei Lupi.
Tute, caschi e fango tra i tasselli delle gomme (poche le cromature tirate a lucido), il popolo dell’enduro livornese si è radunato lungo le mura del camposanto della Cigna, i cavalli d’argento allineati e pronti a scalciare. Vecchi “pirati” del fuoristrada e giovani centauri chiacchieravano di moto e di avventure, come lui fosse stato lì con loro, fuori dalla cappella mortuaria. Poi, a un preciso segnale, quando il carro funebre ha avviato il motore, i tre club motociclistici della città (il White Blue Team, il Moto Club Livorno e i Tasselli Labronici) si sono accodati compatti insieme ai rappresentanti del Gruppo Motori Lajatico e del Moto Club Valdera dietro al loro Storai, squarciando il freddo con le grida delle marmitte, che hanno raggiunto il massimo volume all’ingresso del viale monumentale. Prima delle lacrime, di un lungo applauso liberatorio e infine del silenzio. Da lì, portato a spalla, il Campione ha raggiunto il traguardo finale.
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«Se Massimo ci sta guardando da lassù sicuramente è contento, una cerimonia così gli sarebbe senz’altro piaciuta», racconta l’amico di sempre Bruno Crocchi: «Lo conoscevo fin da quando guidava il Beta 50, i ricordi più belli che ho di lui sono i giri all’Abetone in cui lui ha cresciuto motociclisticamente mio figlio». Insieme i due avevano fondato l’associazione Eal (cioè Enduro amatoriale livornese), presso la quale Storai teneva lezioni di guida gratuite agli appassionati come lui. Anche se, come lui, ce non ce n’erano molti. Almeno all’inizio.
«Lo conoscevo personalmente, ci sentivamo almeno una volta a settimana. Ha sempre collaborato per promuovere l’enduro in Toscana, era il mio consulente sul territorio», spiega Marco Piazzini, delegato provinciale della Fmi (la Federazione motociclistica italiana): «Da buon ingegnere era sempre metodico e preciso in tutto, prodigo di consigli, e da agonista mi dava sempre consigli anche per il turismo off-road».
Il Campione, libero professionista che da anni collaborava anche con l’università di Pisa (lascia la moglie, la professoressa Maria Claudia Gargini, docente al dipartimento di Farmacia e presidente del corso di laurea magistrale in Scienze della nutrizione umana), da grande esperto qual era non avrebbe mai contravvenuto alla regola che l’enduro si fa sempre in gruppo. E in quel tragico giorno, sul sentiero sterrato “di casa” nel bosco della valle Benedetta, uscito giusto il tempo necessario a capire le nuove sospensioni e il comportamento della sua moto, sarà anche morto da solo. Ma ieri se n’è andato nell’abbraccio della famiglia e di tre generazioni di enduristi che ha appassionato e cresciuto con il suo amore per le due ruote, e per le quali era divenuto negli anni un vero e proprio punto di riferimento.
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