Gioco
Si è spento Dino Molho fuggì ai nazisti nascosto come Anna Frank
Per 13 mesi nella “stanza segreta” dentro una fabbrica protetto dalla complicità di operai, abitanti e suore
Mauro Zucchelli
livorno. È rimasto rinchiuso per 13 mesi nascosto in una stanza di sei metri per quattro insieme alla sorella Ester e ai genitori (babbo Salomone imprenditore di radici elleniche ma ormai saldamente insediato in Italia e mamma Iris livornese): un po’ come Anna Frank. Ma, a differenza della ragazzina olandese simbolo dell’Olocausto, ce l’ha fatta. Ed è diventato uno dei testimoni viventi della Shoah. Fino a ieri: quando Dino Molho, uno degli ultimi sopravvissuti alla follia hitleriana, si è spento a 91 anni a Magenta, zona Milano. A poche ore dalla morte di Nedo Fiano, ex prigioniero nel lager di Auschwitz.
Dai quei giorni del ’44 sono passati più di tre quarti di secolo e l’intero arco di una vita: tanta acqua è passata sotto i ponti, ma è come se la storia di Dino Molho fosse rimasta inchiodata a quel “lui” quindicenne nel libro di Erminia Dall’Orto “La casa segreta” edito da Bruno Mondadori.
Quel “buco” per salvarsi dai nazisti l’avevano inventato i loro operai al primo piano dello stabilimento: nel guazzabuglio di pareti, solai e superfici all’interno della fabbrica di minuterie metalliche di proprietà della sua famiglia – mica una piccola officina, era uno stabilimento di una settantina di operai – erano riusciti a nascondere bene quella stanza dietro una babele di casse l’una sull’altra fino al soffitto. In mezzo a tante altre ce n’era una dalla quale strisciando carponi si poteva trovare il modo di accedere al nascondiglio. È così che una parte della sua famiglia è riuscita a scampare alla deportazione, che invece costò la vita a tanti suoi parenti.
Come racconta Rosa Distaso sulla rivista del Comune di Livorno, «Lydia e Dino vivono alcuni mesi dell’anno a Magenta e alcuni mesi a Livorno: hanno un forte legame con la nostra città, è dato dal fatto che parte delle loro origini proviene da qui». E aggiunge: «Lydia è nata a Livorno e appartiene alla famiglia Castelli da parte di madre, il nonno Castelli della nota farmacia di Livorno, mentre Dino appartiene alla famiglia Bassano da parte di madre, la famiglia Bassano era famosa a Livorno per i magazzini di abbigliamento all’ingrosso sugli scali D’Azeglio».
Benché a pochi passi da Milano si sia svolta la vita di Molho, è a Livorno che sono le radici: tant’è vero che, come segnala Gadi Polacco, blogger di cose ebraiche e figlio del rabbino Bruno, a Livorno è annunciata la sepoltura di Dino Molho. Del resto, era livornese Iris “Anna” Basso, la mamma di Dino; era a Livorno che lei e il marito Salomone si erano incontrati; è livornese la moglie di Dino, Lydia Levi, che in una intervista a Ilaria Bonuccelli pubblicata dal Tirreno aveva raccontato come la mamma Rita l’aveva portata via da Livorno quando non aveva ancora un mese (in treno fino a Brindisi e poi in nave in ’Africa per sfuggire alle leggi razziali).
Molho l’ha spesso ripetuto nelle sue numerose testimonianze nelle scuole e negli incontri pubblici: la “stanza nascosta” era ben rimpiattata ma sarebbe stato semplice scovarla se non fossero stati protetti dal silenzio degli operai, degli abitanti del quartiere (che vedevano uscire il fumo dal camino anche nei giorni in cui la fabbrica era inattiva) e perfino dalle suore canossiane che avevano il monastero lì accanto.
Adesso non c’è più la fabbrica e nemmeno la “stanza segreta” di Dino Molho: solo una stele davanti a un parcheggio in via Diaz racconta questa storia straordinaria. Rimasta a lungo segreta: com’è accaduto per molte delle incredibili vicende dei sopravvissuti. Forse per la voglia di lasciarsele dietro le spalle, forse per la paura di non essere creduti. Anche la moglie, che ha conosciuto Dino nel dopoguerra, verrà a conoscenza della storia del nascondiglio «solo dopo molti anni», racconterà al Tirreno. —
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