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In carcere a Livorno (dov'era stato già arrestato) dopo un furto da 130mila euro a Livigno
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Gli orologi rubati da una gioielleria di LivignoLivorno: il ventitreenne, insieme ad altre persone, aveva assaltato una gioielleria in Lombardia. In città fu preso dalla polizia mentre stava per sparare a un agente
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LIVORNO. Insieme a cinque complici, in una gioielleria di Livigno (Sondrio), aveva rubato 19 orologi e sei gioielli per un valore di quasi 132.500 euro. Un ventitreenne georgiano, già fermato a Livorno mentre con una pistola da guerra stava per sparare a un poliziotto delle volanti durante un controllo, è stato nuovamente arrestato, stavolta dai carabinieri, e per questo rimarrà nel carcere delle Sughere. Si chiama Nika Tatuashvili.
Vista l’entità del furto in Lombardia e "la complessità degli accertamenti, le indagini sono state affidate ai carabinieri dell’aliquota operativa della Compagnia di Tirano - spiegano i militari - che hanno effettuato i rilievi tecnici in gioielleria e raccolto ulteriori elementi quali testimonianze e numerose ore di filmati di impianti di videosorveglianza pubblici e privati".
Gli uomini dell'Arma sono riusciti a rintracciare i mezzi utilizzati per la fuga, mentre è stato molto più complicato capire dove si trovassero i malviventi, tutti senza fissa dimora tranne uno, che mentre le indagini andavano avanti si sono spostati in diverse località d'Italia, come Livorno appunto. Gli inquirenti hanno scoperto altri cinque messi a segno in Veneto: a Paese (Treviso), Bussolengo e Affi (Verona) e Thiene e Rosà (Vicenza).
Gli arrestati, tutti georgiani e in carcere, hanno fra i 23 e i 43 anni. Gli arresti sono stati eseguiti in simultanea nelle provincie di Bolzano e Livorno nelle prime ore del 18 dicembre da parte dei militari della Compagnia di Tirano, con l’ausilio di Carabinieri dei comandi del posto. Durante le operazioni di perquisizione sono stati rinvenuti orologi, computer e occhiali, la cui provenienza è al vaglio degli investigatori.
"L’indagine - spiegano i carabinieri - è risultata molto complessa anche a causa delle precauzioni e della scaltrezza degli indagati, i quali hanno sempre cercato di celare la loro identità e il proprio domicilio: anche quando ordinavano cibo a domicilio, fornivano indirizzi e nominativi diversi: si facevano quindi trovare in strada, aspettavano che l’addetto alle consegne si allontanasse per poi tornare verso casa, distante anche un paio di km dal luogo indicato; fornendo dati differenti, tentavano, in questo caso vanamente, di confondere eventuali “ascoltatori” che fossero sulle loro tracce".
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