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Spinse un giovane nei fossi dopo il litigio: arrestato
Il 29enne rintracciato a Bergamo è in carcere con l’accusa di tentato omicidio Nella caduta dalla spalletta la vittima sfiorò con la testa il pontile e due barche
Stefano Taglione
LIVORNO. «Voleva ucciderlo». È finito in carcere per tentato omicidio Yassine Abidi, un ventinovenne tunisino che – secondo l’accusa – nella notte fra il 20 e il 21 settembre scorsi avrebbe spaccato una bottiglia di birra da 66 centilitri in testa a un ventitreenne gambiano, buttandolo nel fosso di fronte a piazza Garibaldi per poi fuggire. Il giovane, ora richiedente asilo residente a Livorno, è sopravvissuto perché nel volo di cinque metri è finito in acqua, sfiorando il muraglione del parapetto dal quale è stato gettato, le barche ormeggiate e il pontile. Riuscendo, senza che nessuno lo aiutasse, a risalire da solo prima di svenire ed essere soccorso dai vigili del fuoco e da un’ambulanza della Svs, con il medico a bordo, che lo ha trasportato con un trauma cranico e incosciente al pronto soccorso.
Da quel momento – dopo l’intervento delle volanti della polizia – sono scattate le indagini. Accertamenti tutt’altro che semplici, visto che all’inizio non si sapeva neanche chi fosse la persona aggredita. Il giovane gambiano, infatti, all’epoca dei fatti era in Italia irregolarmente ed è stato identificato dopo qualche ora grazie ad alcuni documenti che aveva nello zaino, visto che gli agenti sono stati chiamati dalla centrale del 118 dopo che ormai lui era stato accompagnato in ospedale. E da lì, grazie alla sua testimonianza e alle immagini delle telecamere ad alta definizione installate in piazza Garibaldi, in qualche settimana gli agenti della Squadra mobile, guidati dal vicequestore aggiunto Giuseppe Lodeserto, sono riusciti a risalire all’aggressore, che nel frattempo si era trasferito a Bergamo, dove si trova ancora, rinchiuso in carcere. «Per circostanze fortunate – ha spiegato il dirigente della Squadra mobile – il ventitreenne non è morto. Il motivo della lite? Pensiamo che sia collegata al mondo della droga», anche se lo stesso Abidi non ha precedenti penali per spaccio di stupefacenti. Nel minuto scarso in cui si è consumata l’aggressione il ventinovenne non era da solo, ma in compagnia di altre tre-quattro persone – stando ai filmati – che comunque pur essendo con lui, secondo la procura, non avrebbero avuto un ruolo attivo nella vicenda.
Un lavoro lungo – quello coordinato dal sostituto procuratore Ezia Mancusi – e senza l’aiuto delle intercettazioni telefoniche, visto che in questo caso difficilmente potevano risultare utili all’inchiesta, almeno secondo gli investigatori. Il giovane arrestato, per altro, era subito tornato nella città lombarda, dove abitava già da prima e aveva ricevuto un decreto di espulsione da parte del questore. Gli stessi poliziotti livornesi, per ore, lo hanno cercato nel capoluogo orobico, arrestandolo con l’aiuto dei colleghi del posto.
Fondamentale l’aiuto del ventitreenne gambiano, che ha collaborato alle indagini subito dopo essere stato dimesso dal pronto soccorso, il giorno successivo. Secondo il giudice per le indagini preliminari – che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere – nonostante i pochi giorni di prognosi concessi dai medici dell’ospedale (meno di dieci giorni) quanto accaduto in piazza Garibaldi delineerebbe perfettamente il reato di tentato omicidio. Sia per la bottiglia di vetro spaccata in testa al ventitreenne che, a maggior ragione, per il successivo lancio nel fosso da parte del ventinovenne, che è scappato senza neanche avvisare i soccorsi.© RIPRODUZIONE RISERVATA
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